Caterina Benso, la “santa di Roata Chiusani”

Benso Caterina

Santa non è, beata neppure, eppure già più di due secoli fa in Piemonte, in Liguria e anche in Francia, dalla gente era chiamata “la santa di Roata Chiusani”. Santa, non santona, perché non impone le mani, non dispone di formule magiche, non prescrive rimedi. Anzi, è solo uno straccio di donna, con il volto rosicchiato da un cancro, che per 38 anni la tiene inchiodata al letto. Eppure, come una calamita, attira a lei ogni sorta di malati, che lei riceve in casa sua, ma che dirotta subito in chiesa, all’altare della Madonna. Dove il miracolo avviene sempre, di modo che chi arriva a Roata cieco se ne parte vedendoci bene; chi vi si trascina con le stampelle torna a casa senza averne più bisogno; chi è epilettico, canceroso o scrofoloso se ne va completamente risanato.

Caterina Benso nasce a Morozzo nel 1745, ma a Roata arriva giovanissima, sospinta dalla miseria e dai lutti che hanno dolorosamente segnato la sua famiglia. Qui conduce una vita semplice, troppo semplice per avere qualche particolare degno di nota. Ma le testimonianze dei contemporanei la dipingono anche bella, troppo bella per passare inosservata. E, tra chi la ammira, c’è anche chi vorrebbe possederla con la violenza: la storia di sempre, che si ripete ancora oggi, quando la violenza e il sopruso diventano lo stile del rapporto tra uomo e donna. Nei campi di Tetto Madama l’aggressione da parte di un anonimo cacciatore, forse uno dei tanti signorotti di Centallo o dei dintorni. Ferma la reazione di Caterina, che fa indietreggiare l’aggressore; ma anche indiscutibile la sua volontà di mettere Dio al primo posto nella sua vita, offrendogli anche la sua bellezza se questa è di ostacolo a conservare la sua purezza. Una leggera ferita sul viso, provocata dalla caduta di una pagnotta e che a prima vista sembra un banalissimo incidente casalingo, si trasforma invece in una piaga cancerosa che segna l’inizio del suo calvario. Vissuto talmente in unione con Dio da diventare in breve fonte di benedizione per gli altri. Alla preghiera di Caterina ci si raccomanda per ottenere guarigione e la risposta del Cielo arriva sempre puntuale. E dato che gli storpi guariti non han più bisogno delle loro grucce, le lasciano volentieri accanto al lettuccio di Caterina o anche vicino all’altare della Madonna come ex voto, insieme a cuori d’argento, quadri e quant’altro può attestare la loro riconoscenza.

Le strade di Roata diventano così, ogni giorno di più, talmente intasate di pellegrini da preoccupare seriamente l’autorità civile, che tenta di boicottare in ogni modo l’incessante pellegrinaggio. In questa azione di disturbo, a volte anche molto squallida e meschina, si distingue particolarmente il sindaco di Centallo Carassia, cui istituzionalmente compete la conservazione dell’ordine pubblico, ma che, da anticlericale incallito, non risparmia anche una buona dose di livore personale nella sua battaglia contro la “santa”. A Caterina non vengono così risparmiate umiliazioni e incomprensioni, anche da parte del cappellano di Roata, che si prende la briga di personalmente staccare, distruggere e bruciare i tanti ex voto che testimoniano il potere taumaturgico della povera donna o, almeno, la potenza della sua intercessione. Oltre, naturalmente, a vietarle di continuare a ricevere tutta quell’umanità sofferente, che invece nessuno riesce a fermare, malgrado i divieti del sindaco, le strade chiuse, la casa piantonata dalle guardie. Solo l’arciprete di Centallo don Bruno (che è un santo energico) e il vicario generale di Torino, da cui allora Centallo dipende, si schierano dalla parte di Caterina, che continua a consumarsi lentamente, divorata dal cancro e dalla sua volontà di far del bene a chiunque la va a cercare. Quando muore, il 25 febbraio 1803, il sindaco Carassia fa ancora di tutto perché Caterina non venga seppellita in chiesa, ma è inutile dire che la spuntano quelli di Roata, che considerano Caterina una cosa preziosa, da custodire gelosamente. Come hanno dimostrato ininterrottamente finora.