Carlo Gamba, l’avvocato dei poveri – 1ª parte

Gamba Carlo

Doveva aver coraggio da vendere, altrimenti sarebbe stato un controsenso eleggerlo ai vertici dell’Unione del Coraggio cattolico, che nata a Torino nel 1878 ad opera del Murialdo, negli anni successivi comincia ad affermarsi anche da noi. La sua personalità, poi, procura fastidio e genera insofferenza, perché intransigente, severo prima di tutto con se stesso, irreprensibile e con un tenore di vita austero e rigoroso. E pensare che, se solo avesse voluto, non gli sarebbero mancati piaceri e ricchezze in cui guazzare a piacimento: perché una parte gli è piovuta addosso in forza di successione, l’altra se l’è costruita pezzo a pezzo, con la sua attività di onesto e solerte avvocato che sarebbe potuto diventare anche un principe del foro, mentre invece sembra aver una spiccata preferenza per la povera gente, che assiste anche gratuitamente, al punto da guadagnarsi l’appellativo di “avvocato dei poveri”.

Il fossanese Carlo Gamba è fatto così, sempre a disposizione di tutti, con la porta del suo studio perennemente aperta per accogliere chi ha bisogno di un aiuto, di un sostegno o di un consiglio. Questo, ovviamente, finché ha uno studio in via Garibaldi, perché un bel giorno decide che può anche farne a meno. “Non avendo figli se lo poteva permettere”, può commentare qualcuno, mentre altri, più maliziosamente, potrebbero aggiungere “Si vede che aveva già guadagnato abbastanza!”. La ragione è molto più profonda e non può non destare ammirazione: alla chiusura dello studio professionale l’avvocato Gamba arriva dopo aver considerato che la giornata è fatta solo di ventiquattr’ore ed egli vuole dedicarle tutte a servizio dei poveri, attraverso gli istituti di beneficenza della sua città. A tempo pieno per i poveri, dunque, anche se, al momento della morte, si dirà poi che “della beneficenza aveva un concetto particolare, non rispondente del tutto alle forme moderne più evolute”, ma questo, quand’anche fosse vero, non sminuisce certamente l’impegno profuso in modo così disinteressato.

Sposato con Giuseppina Galoppo (che in qualche modo avrà condiviso certamente questa sua “passione per i poveri”) Gamba per più di 35 anni siede in Consiglio comunale, il che vuol dire che comincia da giovanissimo ad interessarsi dell’amministrazione della città, probabilmente già all’indomani della laurea. Che non sia, il suo, un attaccamento alla poltrona ma piuttosto un reale interesse per la cosa pubblica, lo dimostrano le cronache dell’epoca, traboccanti delle sue mozioni e delle sue dichiarazioni. Su tutto, in particolare, emerge chiaramente la sua precisa volontà di prendere le parti dei meno abbienti, di portare cioè nella “stanza dei bottoni” le loro istanze, le loro aspettative, in definitiva la loro voce. Come quando si batte, senza riuscirci, per eliminare la tassa sull’agricoltura o quando cerca di impedire la chiusura dell’Ospizio e di assicurare una nuova gestione al Convitto, perché del parere che anche i figli dei poveri abbiano diritto a qualcuno che si prenda cura della loro formazione. È ammirevole il rigore con cui conduce le sue battaglie politiche e la limpidezza delle motivazioni che le ispirano, al punto da essere temuto e rispettato anche dagli avversari politici. Nel clima politico infuocato della campagna elettorale del 1902, contrassegnato in particolare dalle polemiche in cui il nostro settimanale si lascia invischiare, l’avvocato Gamba e l’avvocato Crosa diventano il bersaglio preferito dei socialisti. Ironicamente definendoli “perturbatori della pubblica quiete in Municipio, e fra la cittadinanza”, la Fedeltà difende a spada tratta i due candidati rinnovando la propria fiducia “nel buon senso dei nostri concittadini” perché se si “chiudessero le porte del Consiglio comunale a questi due ottimi amici nostri, perché seppero star fermi nelle loro idee, perché si dimostrarono di carattere (…), non sapremmo averla a male, e ci rallegreremmo volentieri per la sconfitta avuta. Quando si cade per una questione di principio, anche la caduta è cosa che altamente onora”. Malgrado il clima agitato e a lui avverso, a inizio 1902 conduce a livello fossanese una battaglia solitaria contro la proposta di legge “Berenini-Borciani” a favore del divorzio; nel mese di febbraio la sua mozione antidivorzista presentata al Consiglio comunale è, come si prevedeva, respinta “e si disse che non si poteva discutere perché il Municipio non può fare della politica” mentre, sottolinea la Fedeltà, “lo Statuto permette ai Corpi costituiti di inviare petizioni al Parlamento”.

(1-continua)