Crf-H1-M-728x90 OK

Don Gertosio, il prete umile dalle mani bucate – 1ª parte

Don Giacomo Gertosio

“Ai nipoti non lascio eredità materiale. Spero che l’eredità morale e la preghiera fatta e che spero fare dal Cielo, non li lasci malcontenti”: così 60 anni fa si congedava da questo mondo un sacerdote esemplare, dalle mani bucate e per questo povero in canna, ma ricco di spiritualità intensa e di amore appassionato per le anime. Don Giacomo Gertosio nasce a Centallo nel 1902, figlio di contadini e tale forse destinato ad essere lui pure, anche se da bambino dimostra una passione insolita per le macchine e i motori e dice a tutti di voler fare il geometra. Bisogna dire, a onore di quei genitori lungimiranti e molto aperti per i tempi, che in famiglia si decide di continuare a mandarlo a scuola, riconoscendo che il bambino è intelligente e portato per gli studi. “Finita la 5ª elementare andò a Fossano per l’esame di ammissione, ricordava la sorella Anin, che dedicò l’intera sua vita al fratello sacerdote, e lo mettemmo in pensione per quattro giorni presso una buona famiglia. Quando tornò, sembrava un altro: prima sempre gioioso e espansivo, adesso era diventato pensieroso, quasi triste e preoccupato”. La spiegazione di quel misterioso ed improvviso cambiamento d’umore arriva pochi giorni dopo, quando uno dei preti di Centallo chiede a mamma Gertosio se la famiglia sarebbe contenta di mandare in seminario il piccolo Giacomo. Tutti si stupiscono e capiscono che in quei giorni a Fossano qualcuno ha gettato un seme, che sta germogliando e che, prima di altri, ha sconvolto proprio il ragazzino, a dimostrazione che quella vocazione è arrivata all’improvviso, forse sollecitata da una parola buona, un consiglio, una proposta.
A stupirsi meno degli altri è invece la mamma; quella santa donna ricorda infatti molto bene che, pochi mesi prima della nascita di Giacomo, partecipando ad una processione e sentendo da alcuni uomini bestemmie e volgarità nei confronti della Madonna, si era sentita spinta ad offrire a Maria il bambino che portava in grembo, quasi a voler riparare con quel suo gesto l’affronto dei bestemmiatori. E, nella sua fede semplice e genuina, subito mette in collegamento l’improvvisa vocazione con la sua offerta di dieci anni prima. Giacomo va in seminario, recuperando la sua allegria che tuttavia non gli risparmia le fatiche e le difficoltà degli studi, che compromettono la sua salute e che reclamano frequenti rigeneranti pause. Arriva anche una crisi vocazionale durante il servizio militare, dicono per colpa di un capitano medico che lo sbeffeggia e che invece finisce per irrobustire la sua vocazione.
Ordinato prete nel 1928, dopo un anno a Roata Chiusani e nove a Cussanio (prima vice rettore e poi rettore del santuario, compreso il ruolo di direttore del seminario minore), dal 1939 al 1946 è priore di San Lorenzo e poi, dal 1947 fino alla morte, prevosto di Levaldigi. Qui lo ricordano come prete umile, che prega, soffre e si dona; e basterebbero questi tratti della sua fisionomia spirituale a fare di don Gertosio un sacerdote santo. Se è rimasta proverbiale la sua serietà e la sua severità, occorre ricordare che prima di tutto tale è con se stesso. Testimonianze di quanti gli sono particolarmente vicino negli anni levaldigesi raccontano dei cilici cui si sottopone in determinate occasioni o per riparare quelli che ritiene essere gli sbagli dei parrocchiani cui egli non ha potuto opporsi; delle rinunce al cibo, che volentieri e spesso finisce sulle tavole dei parrocchiani più poveri; della sua trascuratezza nel vestire, perché non gli piace “blaghè”, visto che ha sempre una spesa nuova, in parrocchia o all’oratorio, cui far fronte. È risaputo che i soldi in tasca sua si fermano poco, come anche si sa perfettamente che nel far la carità non va per il sottile e dona indistintamente a tutti. Per questo non sempre è capito e di queste incomprensioni soffre moltissimo, anche se si sforza di non darlo a vedere.

(1 - continua)