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L’offerta eroica di don Gertosio – 2ª parte

Targa bronzea di don Giacomo Gertosio nel cimitero di Centallo

Se oggi Imelda afferma ancora senza ombra di dubbio che a don Gertosio deve essere riconosciuto il merito, almeno come principio ispiratore, della casa di riposo, attuale fiore all’occhiello della realtà levaldigese, sono però i testimoni dell’epoca ad aver lasciato testimonianze edificanti del loro prevosto. Nini Bertola ricorda il “piccolo portafoglio sottile per il poco contenuto” con cui pagava le fatture dei film che andava a noleggiare a Torino e “poi passava nelle librerie cattoliche a fare provviste di corone, opuscoli, immagini e tornava in parrocchia molto sovente senza una lira”. Questa sua propensione a “investire” in opere pastorali o caritative non era capita dai levaldigesi perché, ricorda ancora Bertola, “non sempre si approvavano le spese che faceva per il cinema, o per l’ora sul campanile, per la sede di Ac o per aiutare certe famiglie meno bisognose di altre”.
Al maestro Allasia è rimasta impressa la vigilia di quella Pasqua in cui, poco prima di mezzanotte, dopo aver terminato le confessioni, “raggiunse la cucina, prese tutto il cibo che la sorella aveva preparato per il giorno successivo e andò a quell’ora a bussare la porta dei poveri del paese e a distribuirlo”, mentre Nale Tallone ha testimoniato che “quando indiceva le predicazioni in parrocchia, la sera faceva il giro delle osterie a invitare i giovani e gli uomini, benché questo gli costasse molto. Una sera, tornando da questa missione, mi disse: “Mi costa tanto far questo che sono sudato dalla testa ai piedi”. Umilissimo e con lo stile da povero curato di campagna, non ha timore di iscriversi a Torino a corsi di psicologia, convinto che la formazione di un prete è continua e in perenne aggiornamento; così come trascorre buona parte della notte a tavolino, a volte con i parrocchiani più attivi per impostare nuovi piani pastorali, a volte da solo, per aggiornarsi, studiare, stare al passo con i tempi. Questo, ovviamente, quando non è in chiesa, perché se nel cuore della notte i parrocchiani più attenti intravedono un barlume attraverso le vetrate, possono facilmente dedurre che il loro prevosto è davanti al tabernacolo a pregare per loro, soprattutto quando sa che a Levaldigi si tengono veglioni o bagordi che egli non condivide e che teme possano nuocere alla loro salute spirituale.
Nel luglio 1958 partecipa a un corso di esercizi spirituali nella Villa Sacro Cuore di Triuggio (Milano), al termine dei quali, precisamente il giorno 16, redige il suo testamento spirituale in cui ha espressioni tenerissime verso i parrocchiani, specialmente per quelli “più lontani da Dio”, per i quali “offro volentieri la mia vita, fiducioso che il sacrificio sarà più efficace della parola”. Non scrive ciò sotto pressione di una malattia incombente, di cui già avverta qualche sintomo, piuttosto con l’ansia pastorale di arrivare là dove fino ad allora non è riuscito e dove spera di potervi giungere almeno attraverso questa sua eroica offerta. Il male, infatti, arriva dopo, quasi una risposta del cielo a tanta generosità sacerdotale. A dicembre 1958 gli viene diagnosticato un tumore, che sta lavorando alacremente nel suo fisico e che finisce col ridurlo all’ombra di se stesso. Don Giovanni Sereno, curato a Levaldigi in quegli anni, è testimone di come don Gertosio accoglie la notizia della gravità del suo male dalla bocca del vicario generale; o, meglio, lo intuisce, perché dieci minuti dopo il parroco si siede per cenare accanto a lui con il volto disteso, sorridente, parlando con brio e vivacità insoliti e il giovane prete ne deduce che “un santo si conosce da come sa accettare la morte”. Il male demolisce la sua forte fibra e don Giacomo Gertosio fa appello a tutte le sue forze per celebrare finché gli è possibile, fino a quando cioè non può più alzarsi da letto. “Una sera”, ricorda ancora Bertola, “espresse il desiderio di vedere tutti gli uomini dopo l’adunanza di Ac. Entrammo nella stanza e dal suo letto di sofferenza ci dava la sua ultima benedizione. Poi volle parlarci a tutti personalmente; ai papà di famiglia diede consigli e suggerimenti; a tutti disse una parola di incoraggiamento”. “La volontà di Dio prima di tutto e soprattutto”, lo sentono sussurrare a più riprese man mano che la fine si avvicina, come riferisce suor Rosamaria Cattaneo, mentre a Michelina Gaggiassi promette “Quando sarò in paradiso parlerò di voi alla Madonna”. La morte finalmente arriva, dopo inaudite sofferenze, la mattina del 9 maggio 1959, un sabato, come sicuramente sarebbe piaciuto a lui, innamorato della Madonna.
Bisogna dar ragione al cardinal Michele Pellegrino, suo quasi coetaneo e compagno negli anni di seminario, che a dieci anni dalla morte scriveva che “quanto don Gertosio ha operato e sofferto è ancora dono e grazia per tutti”: come una fontana che continua a zampillare, malgrado il trascorrere del tempo. E che, per grazia di Dio, ancora non si è esaurita, neppure a sessant’anni di distanza.

(2 - fine)

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