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Giovanni Racca, santo a 24 anni

Chiesa parrocchiale di Levaldigi

Che bella gioventù è stata forgiata dall’Azione cattolica! Ringrazio questa rubrica che sta facendo emergere splendide e giovani figure di cristiani autentici di cui forse si era persa memoria, che rappresentano invece la vera ricchezza della nostra diocesi e che nel contempo attestano il prezioso lavoro di pedagogia cristiana che nelle varie sedi di Ac si andava attuando, interamente giocata sull’ordinarietà della vita e delle opere, ma che molto opportunamente qualcuno ha ribattezzato “scuola di santità”. Oggi proviamo a parlare del levaldigese Giovanni Racca di cui non esiste più la tomba (mi dicono!) e di cui non si è neppure trovata una fotografia.
Nasce nel 1907 in “Via Tolosano” e i suoi genitori sono Giuseppe e Apollonia Gerbaudo. Non sono molti i ricordi che si tramandano di lui e pertanto ci dobbiamo affidare all’articolo pubblicato in occasione della morte da la Fedeltà, che tratteggia i lineamenti di un giovane esuberante, brillante, pieno di vita, perennemente allegro e dalla battuta pronta. “Era socio della Gioventù cattolica; il suo contegno era esemplare, la sua condotta irreprensibile. Franco è leale, nelle parole e nei fatti; sempre allegro e gioviale, era nemico della melanconia; i suoi frizzi, il suo parlare faceto rendevano allegra la brigata. Nelle lunghe sere invernali frequentava assiduamente la sala della nostra Associazione e la sua compagnia era un dolce passatempo. In quel periodo l’Azione cattolica sta formando una gioventù coraggiosa, leale e devota e anche Giovanni Racca viene plasmato così, senza rispetto umano. I levaldigesi lo ammirano in chiesa, per strada, con gli amici: un vero trascinatore e un esempio per tutti. Lo ammirano anche sul palco del teatrino parrocchiale: era l’anima del movimento giovanile e filodrammatico, senza di lui non si recitava; ed a scena aperta veniva acclamato, applaudito: era l’idolo degli spettatori.
Tutto questo fino al 1930, quando un malessere, caratterizzato da febbre, tosse e debolezza estrema, comincia a demolire il suo fisico prestante. Si scoprirà poi essere tubercolosi e, da quando ne ha coscienza, l’unica preoccupazione di Giovanni è impedire che altri siano da lui contagiati. Imelda ricorda, per averlo sentito raccontare da suo padre, che un giorno, mentre con alcuni amici si sta recando ad un santuario della zona, Giovanni si ferma in una cascina a chiedere un bicchiere d’acqua. La premurosa padrona di casa gli offre la fresca acqua del pozzo, ma nel restituirle il bicchiere Giovanni fa in modo che questo caschi a terra e si rompa. Questo, spiegherà poi agli amici, perché preferisce pagare il danno del bicchiere rotto, piuttosto che qualcuno venga contagiato, bevendo dopo di lui.  A giugno 1931 riesce ancora, seppur con fatica, a recarsi in chiesa e ricevere la comunione, poi deve mettersi definitivamente a letto.
In quei mesi la situazione Stato-Chiesa è ai ferri corti. Il Papa ha preso posizione contro il Fascismo e Mussolini ha risposto ordinando lo scioglimento dei Circoli di Azione cattolica. Da Nord a Sud dell’Italia ci sono scontri anche violenti in piazza, vandalismi e azioni sacrileghe nelle chiese. Giovanni soffre terribilmente per questa situazione, soprattutto per quello che sta patendo l’Azione cattolica, che ha sempre considerato la sua seconda famiglia. Ad agosto prende carta e penna e scrive al Papa. “Offro la mia vita per Sua santità e per l’Azione cattolica”. Pio XI risponde commosso, mandando a Giovanni la sua benedizione. Offrire la vita per un ideale, per una causa anche se giusta, richiede eroismo e coraggio, che probabilmente a lui non mancano. Rappresenta però anche un “contratto” misterioso con Dio che noi, dall’esterno, possiamo soltanto ammirare e rispettare.
Fatto sta che, mentre l’Azione cattolica può inaspettatamente riprendere la sua attività giovanile, seppur con qualche limitazione, la salute di Giovanni peggiora rapidamente e irreversibilmente. Nessun lamento, solo tanta rassegnazione contraddistingue i suoi ultimi giorni. “Pregate, perché questa notte morirò”, dice il 26 ottobre agli amici che sono andati a trovarlo. Muore effettivamente all’alba piovosa e uggiosa del 27 e il giorno successivo viene accompagnato al cimitero di Levaldigi. La Fedeltà annota che, malgrado la pioggia, più che un funerale fu un trionfo, visto che a tutti sembrava quel giorno di seppellire un santo. Perché, se non lo sapete, anche a Levaldigi fioriscono i santi.

(nella foto la chiesa parrocchiale di Levaldigi)

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