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Giù le mani dal Rosario

Le reazioni dei cattolici, dopo il gesto e le parole di Salvini, sabato scorso a Milano

Salvini mostra corona del rosario

Per il mondo cattolico il limite è stato ampiamente superato. Davanti alla plateale invocazione alla Madonna “che sono sicuro ci porterà alla vittoria”, al rosario stretto tra le mani da Matteo Salvini sabato scorso durante la manifestazione elettorale in piazza a Milano mentre la folla fischiava Papa Francesco, sono state numerose e autorevoli le reazioni del mondo cattolico. Le facciamo nostre, nella speranza che possano aiutare altri cattolici a riflettere su quanto sta accadendo, ad indignarsi contro chi si appropria dei valori cristiani e usa - strumentalmente - la fede per scopi elettorali.
Il primo a reagire è stato il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, che domenica scorsa, pur senza citare esplicitamente il leader leghista, a margine della Festa dei Popoli a San Giovanni in Laterano, a Roma, ha detto: “Io credo che la politica partitica divida. Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”.
Ancora più decisa “Famiglia Cristiana”: “Mentre il leader della Lega per pochi lunghissimi minuti baciava sul palco il rosario, citava i santi patroni d’Europa e affidava l’Italia al Cuore Immacolato di Maria - si legge in un’editoriale sul sito web della rivista -, dalla stessa piazza partivano fischi e ululati all'indirizzo di papa Francesco. In realtà era la ‘vox populi’ della piazza a parlare per il vero Matteo Salvini. Il Salvini che mentre esibiva feticisticamente un Vangelo allo stesso tempo ordinava di tenere ostinatamente chiusi i porti di fronte all’ennesima nave che chiedeva di approdare sulle coste italiane con il suo carico di vite umane”.
Per padre Antonio Spadaro, direttore della “Civiltà Cattolica”, davanti a tale strumentalizzazione religiosa, i cristiani dovrebbero sdegnarsi. “Rosari e crocifissi sono usati come segni dal valore politico - scrive padre Spadaro sul suo profilo Facebook -, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio”. “La coscienza critica e il discernimento - sottolinea - dovrebbero aiutare a capire che non è un comizio politico il luogo per fare litanie (e in nome di valori che col Vangelo di Gesù nulla hanno a che fare)”.
Di fronte a questa scandalosa strumentalizzazione del Cristianesimo e dei suoi simboli, prendono posizione anche alcuni vescovi (in attesa che la Cei si esprima a livello ufficiale…). Il segretario del Consiglio dei cardinali e vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro, in un’intervista a “La Repubblica” afferma: “Ritengo che sia scorretto usare il nome di Dio in questo modo. Non soltanto il suo nome, ma anche quello della Vergine. È una modalità strumentale dalla quale prendere del tutto le distanze”. “È ora di finirla - dice senza giri di parole il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero -. Non possiamo più stare zitti di fronte alle sparate di un sempre più arrogante ministro della Repubblica. Non possiamo più permettere che ci si appropri dei segni sacri della nostra fede per smerciare le proprie vedute disumane, antistoriche e diametralmente opposte al messaggio evangelico”.
Si muove anche il mondo delle associazioni laicali. Come il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini: “È preoccupante che un politico usi un simbolo della fede cristiana, come il rosario, per concludere un comizio politico. La fede è ben altra cosa, serve a creare ponti e a superare le barriere del pregiudizio, come ha ribadito nell’Angelus di domenica scorsa Papa Francesco”.
Insomma, questa volta la misura sembra davvero colma.

(foto dal sito di Famiglia Cristiana)