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Giovannina, la ragazza del Baligio (1ª parte)

giovannina rinaudo

Di lei è rimasto un nome o poco più, oltre a notiziole sparse su La Fedeltà degli anni Trenta; neppure la sua tomba è oggi rintracciabile. Eppure, sarebbe da considerare una delle più luminose figure della diocesi che per certi versi evoca la più nota vicenda di DeliaAgostini, ragazza di Azione Cattolica spiritualmente accompagnata da padre Mauri e biografata da Maria Sticco (“L’ideale vale più della vita”) con una fortunata pubblicazione che proprio negli stessi anni raggiunge svariate edizioni e viene anche tradotta in spagnolo. Poi, improvvisamente, emerge un profilo, scritto da mons. Pellegrino (il futuro cardinale di Torino), probabilmente destinato alla pubblicazione su SquillidiRisurrezione, periodico della Gioventù Femminile. Ci arriva dai Tortone del Baligio, che a loro volta lo hanno ricevuto manoscritto dalla maestra Fruttero, attivissima delegata Aspiranti del periodo. Poi, sempre grazie ai Tortone riusciamo a recuperare anche l’unica foto esistente (pubblicata qui a lato) di GiovanninaRinaudo, cui oggi ben volentieri facciamo spazio nella nostra rubrica. Una vita tribolata e breve, la sua, caratterizzata da tanta sofferenza e attraversata da un’offerta che la impreziosisce e la rende unica, iniziata nella campagna di Baligio il 28 febbraio 1908. Già a quattro anni è segnata dalla morte di babbo e otto anni dopo da quella di mamma: tra un lutto e l’altro ci sta la diagnosi di una malformazione degenerativa alla spina dorsale, manifestatasi con qualche difficoltà nella deambulazione e con la faticosa partecipazione ai giochi infantili con i coetanei.
A prezzo di sacrifici facilmente immaginabili per il periodo (a cavallo della Prima guerra mondiale), quando le cure specifiche non sono ancora certamente all’avanguardia e malgrado l’assenza di ogni copertura mutualistica, mamma riesce a garantire a Giovannina un prolungato ricovero al Mauriziano, dove la bimba viene “ingabbiata” nel gesso e trascorre un lungo periodo di completa immobilità. Oltre alle sofferenze fisiche, si possono appena intuire il senso di abbandono, la solitudine, il vuoto interiore che patisce questa bambina, privata degli affetti familiari e isolata nell’ospedale di una grande città. Torna al Baligio quando la scienza medica si dichiara impotente e mamma non può indebitarsi ulteriormente in cure e medicine: la povera vedova si è spaccata la schiena per far fronte alle necessità della sua bambina e forse per questo, o magari anche per crepacuore, muore prematuramente. Per Giovannina ed il fratello si aprono allora le porte dell’orfanotrofio di Fossano, che la ragazza deve però abbandonare al compimento dei 14 anni: la malattia si è nel frattempo aggravata e l’incurvatura della spina dorsale si è accentuata, procurandole difficoltà respiratorie e digestive non indifferenti. Dichiarata malata “cronica” per giudizio unanime dei sanitari che l’hanno avuta in cura o sono stati chiamati a consulto, per lei non c’è altra soluzione che il ricovero ai Cronici. Molto si discuterebbe oggi sull’opportunità di inserire un’adolescente in un contesto di persone anziane, ma evidentemente le proposte assistenziali dell’epoca non offrono alternativa. Giovannina passa dal rifiuto alla ribellione per una soluzione che lei per prima ritiene inadeguata e che, praticamente, la confina in uno stato di irreversibilità, inserendola di fatto in un’anticamera della morte che spegne sul nascere ogni speranza di guarigione. Non è l’affetto delle suore e neppure l’assegnazione di piccoli lavoretti manuali per ingannare il tempo, che riescono a farla emergere dal suo pericoloso stato di prostrazione, piuttosto l’incontro con le Giovani di Azione Cattolica della Cattedrale, che iniziano ad alternarsi al suo letto per trasmetterle forza e coraggio e regalandole, insieme a qualche momento di svago, i princìpi di preghiera,sacrificioe apostolato su cui poggia la spiritualità delle “Gieffine”.

(1-continua)