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Vescovi del Lazio: “Italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo”

Un profugo tra altre persone

“Nella sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo”. Lo scrivono i vescovi della Conferenza episcopale laziale (Cel) nella lettera di Pentecoste (che è stata letta durante le messe del giorno). Un testo che mette in luce come “purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti”. “Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà – scrivono i vescovi della Cel – giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi”. E aggiungono: “Vorremmo invitare a una rinnovata presa di coscienza: ogni povero (da qualunque paese, cultura, etnia provenga) è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un “prima” o di un “dopo” sulla base dell’appartenenza nazionale”.
I vescovi della Cel mettono in guardia dai possibili “germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza”. “Chi è straniero – sottolineano – è come noi, è un altro “noi”: l’altro è un dono. È questa bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza”. Di fronte alla “sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore”, invitano a non lasciarsi sovrastare da “una paura che fa impazzire, che non coglie la realtà” e invitano a riconoscere “che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere”. I vescovi del Lazio non nascondono che diverse sono le problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, ma ricordano “che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale”. Da qui l’invito a non assecondare “la cultura dello scarto e del rifiuto”, ma ad affermare “una cultura nuova, fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà”.

(fonte SIR)