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Cristiani sì, ma “solo” in Chiesa

Elezioni, il voto dei cattolici

Disegno di una mano che inserisce bandiera dell'Europa nell'urna

La recente tornata elettorale ripropone a tutti noi e alle nostre Chiese diocesane almeno un dato su cui riflettere con serietà. Esso riguarda il modo in cui ha votato chi dice di frequentare abitualmente la parrocchia (messa domenicale). Si tratta del 15-20% della popolazione italiana (a seconda delle aree geografiche).
Secondo una indagine Ipsos, la distribuzione del voto di questo “popolo” è stata simile a quella media degli italiani, con una maggior quota di astensione (52%), circa 50% al centro-destra - di cui 33% alla Lega -, un 27% al Pd e un 14% ai 5Stelle.
Il dato su cui riflettere è quindi quello della “assimilazione”: il giudizio dei cattolici risulta appiattito su quello medio della popolazione. Questo può confermare come “la fede religiosa e la politica, siano vissuti oggi dalle persone come ‘frammenti’: come esperienze cioè che non presuppongono, né hanno conseguenze, sulla visione della vita e del mondo” (questo il giudizio di Pagnoncelli, presidente Ipsos, su “Avvenire”). Si tratta di una questione rilevante, che non può essere archiviata con una scrollata di spalle da parte delle nostre parrocchie (e neppure da parte di una associazione come l’Ac). Né ci si può limitare a qualche rassegnata considerazione circa la profondità degli effetti prodotti dalla secolarizzazione.
Se l’annuncio del Vangelo (come buona notizia per e sulla vita) non è solo per un tempo, ma per sempre (e per tutti) e se la catechesi rappresenta oggi l’attività ecclesiale che assorbe nelle nostre parrocchie la maggiore quantità di risorse, di persone e di tempo, crediamo che qualche domanda su ciò che implica questo annuncio per la vita delle persone e della comunità dovremmo tornare a porcela. Tutti insieme e con grande serietà. E certo non solo per gli esiti di una elezione, ma per come tutto ciò interpella la stessa ragione fondativa della presenza dei cristiani nella storia.

Silvio Crudo