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Il bambino di Roata che diventò Cardinale – 1ª parte

Il cardinal Michele Pellegrino

Della sua infanzia raccontava (la testimonianza è di Camilla Bonardi) di essere alla nascita di costituzione tanto gracile e di salute così cagionevole che le donne di Roata Chiusani gli pronosticavano una vita breve, come già era stato per il fratellino che lo aveva preceduto e che aveva appena sfiorato la terra per tornare subito in paradiso. Raccontava anche delle tante lacrime di mamma, che aveva paura di perderlo come il precedente, e che un giorno lo portò in chiesa, distante pochi passi da casa, anzi quasi ad essa addossata, per fare un patto con il buon Dio: la propria vita in cambio di quella del bimbo fragile che aveva in braccio. E che, manco a dirlo, fu presa in parola, perché il bambino da quel giorno cominciò a rifiorire, mentre mamma Angela pian piano cominciò a declinare, morendo quattro mesi dopo per tifo, ad appena 23 anni. A prendersi cura del "batuffolino", reso ormai forte dal doppio sacrificio di mamma, fu così “magna Laurina”, di lei sorella, e, in base ai risultati, le si deve riconoscere di aver fatto un lavoro egregio.
Anche se, a dire il vero, il merito della vocazione deve almeno equamente dividerlo con il priore don Fiandrino, cui tutti riconoscevano il pregio di seminare bene e in profondità al punto che, ad appena nove anni, Michelino è in grado di far fronte alle perplessità economiche del papà muratore, preoccupato di come il suo salario potesse bastare, oltre al mantenimento della famiglia, a pagare gli studi del figlio che vuol farsi prete. Tuttavia, il suo “Papà, bisogna che mi faccia prete, lo sento, bisogna che mi faccia prete” è talmente determinato da far capitolare un genitore, che oltre ad essere un gran lavoratore è anche un ottimo cristiano, orgoglioso di vedere già a 11 anni la talare indosso a suo figlio, come si usava allora, e ancor di più di salutarlo prete il 19 settembre 1925, nella chiesa di Centallo, durante il congresso Eucaristico. “Il pensiero del sacerdozio mi spaventa sempre, ma comincio a pensare che con l’aiuto di Dio posso farmi sacerdote santo. O sacerdote santo o non sacerdote”, scrive, prima di quel fatidico giorno, sul retro di una foto che ancora si conserva.
Giovane, neppure 23 anni, così giovane da non aver nemmeno l’età canonica per essere ordinato e bisogna chiedere la speciale dispensa al papa, ma il bruciar le tappe e l’anticipare i tempi sembrano essere sue prerogative anche in seguito. Per la gran intelligenza di cui è dotato, don Michele Pellegrino riesce a collezionare tre lauree in poco tempo: in Lettere alla Cattolica di Milano (1929), in Teologia alla Facoltà di Torino (1931) e in Filosofia ancora alla Cattolica (1933), destreggiandosi come prete pendolare tra le aule universitarie e gli impegni in diocesi, che intanto si fanno sempre più gravosi ed impegnativi, a dimostrazione della considerazione in cui è tenuto e della stima che gode presso i vescovi Travaini, Soracco e Borra che si succedono. Lo vogliono direttore spirituale in seminario, dove insegna anche ascetica, mistica e greco; gli affidano la direzione del nostro settimanale, nelle cui vesti entra in rotta di collisione con il fascismo sui problemi sociali e morali e in difesa dell’Azione Cattolica; si fa notare come conferenziere e autore di opuscoli, studi e commenti. Ad appena 30 anni, dal 27 novembre 1933, è Vicario generale della Diocesi, reggendone le sorti quale vicario capitolare durante i periodi di sede vacante. Intanto, alla Cattolica, padre Gemelli gli fa inutilmente “il filo” per annoverarlo tra i suoi docenti e monsignor Olgiati lo avvia agli studi patristici, che lo accompagneranno poi per tutta la vita. Da vicario capitolare, nel 1934 si spende con energia per assicurare l’autonomia della nostra diocesi, già allora unita a Cuneo “in persona episcopi”.
All’Università di Torino dal 10 marzo 1938 è lettore di latino, poi la facoltà di Lettere e Filosofia per lui istituisce la cattedra di Letteratura cristiana antica, di cui è libero docente (1940), incaricato (1941), professore straordinario (1948), e infine ordinario (1951); dal 1959 al ’63 è anche docente di Storia del Cristianesimo. “L’Università è la mia passione e la mia parrocchia”, dice, e lo confermano colleghi ed allievi che trovano in lui un docente lucido e appassionato, dalla vasta competenza, nemico dell’approssimazione e del pressapochismo. “Il suo non fu mai un puro sapere umano - ricordava don Mario Salvagno -, sull’uomo di studio s’impose sempre il sacerdote”. Per questo “le sue lezioni e le sue omelie”, in base alla testimonianza di don Martina, “erano affascinanti per la facilità con cui venivano svolte, la lucidità del pensiero, la ricchezza di argomenti che esprimevano”.

(1-continua)