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Pellegrino dei poveri e degli ultimi – 2ª parte

Michele Pellegrino cardinale e arcivescovo di Torino

Michele Pellegrino ha fama, secondo don Damilano di “professore preciso e deciso, severo e austero”, ma puntualizzava don Giorgio Martina, “se soprattutto nei primi anni il suo atteggiamento sorprendeva per il rigore e la severità, era semplicemente perché il medesimo rigore se lo era imposto a se stesso, ed aveva sperimentato come per riuscire negli studi occorra un costante e duro impegno”. La sua fama di docente, studioso, conferenziere, autore fecondo di articoli e studi, travalica, com’è facile immaginare, i confini della diocesi, della regione e la stessa frontiera nazionale, dal momento che sempre più spesso è ospite di convegni in Italia e all’estero, anche sul fronte dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Nessun stupore, quindi, che sia uno degli uomini “di punta” di una Chiesa che con il Concilio Vaticano II spalanca le finestre sul mondo per farsi rinnovare dal soffio dello Spirito. Se può in qualche modo essere scontata la sua partecipazione, quale “perito conciliare” e ai lavori della Commissione per la riforma del breviario (essendo veramente “pane per i suoi denti” l’incarico affidatogli di scegliere i testi patristici da inserire nel “proprio” dei santi), decisamente meno scontata è la sua nomina a Vescovo di Torino del 18 settembre 1965. Dicono sia stato Paolo VI in persona (che lo conosce bene) a volerlo vescovo, anche su consiglio di mons. Franco Costa che dell’Azione Cattolica è l’assistente generale. L’ordinazione episcopale avviene nella cattedrale di Fossano il 17 ottobre e l’ingresso in diocesi il 21 novembre, mentre Pellegrino prosegue la sua partecipazione all’ultima sessione del Concilio non più in veste di “perito”, bensì di “padre conciliare”, caratterizzandola con due interventi, perfettamente in linea con la sua esperienza di cattedratico impegnato nella divulgazione e nell’aggiornamento del clero e del laicato. Con il primo intervento, del 1° ottobre 1965, sollecita libertà di ricerca nei vari campi del pensiero, del sapere e dell’espressione, specie nella teologia, “sia per gli ecclesiastici e sia per i laici”. Con il secondo, del 26 ottobre, auspica per il clero un forte rinnovamento intellettuale e un incisivo aggiornamento biblico, teologico, pastorale.

Con la chiusura del Concilio dell’8 dicembre e con il ritorno in diocesi, Pellegrino, come tutti i confratelli nell’episcopato, è chiamato a dare attuazione alle istanze e ai pronunciamenti che ne sono scaturiti, applicandoli ad una realtà diocesana in cui abita da anni, ma che deve abituarsi a guardare da ben altro punto di osservazione e, soprattutto, in una veste inedita. Sarà, il suo, un episcopato innovativo rispetto a quanto tradizionalmente inteso, a cominciare da quel motto nel suo stemma, “evangelizarepauperibus”, che lo contraddistingue e che per Pellegrino è veramente un programma di vita, tanto più che nella sede di Torino sarà successore di San Massimo, che guarda caso era definito “paterpauperum”.Per il suo stile di vita probabilmente attinge dall’umiltà delle sue radici centallesi, forse anche dalle sue esperienze pastorali maturate in “periferia”, sicuramente è frutto di una scelta personale e squisitamente evangelica, come ha attestato don Adolfo Barberis del clero torinese (che fu intimo di Pellegrino ed oggi è avviato all’onore degli altari): “Era abitudine di Monsignore disporre in favore della povertà quanto gli sopravanzasse dalle spese necessarie alla vita. E si può dire che l’allenamento fatto in famiglia, non indigente ma modesta, l’aveva abituato ad avere poche esigenze”, perché “nessuno è così capace di capire il povero quanto colui che della povertà fa esperienza o virtuoso esercizio”.

I suoi più acuti commentatori sono soliti suddividere l’episcopato di Pellegrino in due periodi, concordando in ciò con l’analisi di Pier Giuseppe Accornero: “Nei primi anni, 1965-71, è un osservatore attento della realtà sociale ed ecclesiale, pastore in ascolto della gente che opera per una Chiesa conciliare” (…), “La seconda fase, 1971-75, è la più feconda con la lettera pastorale «Camminare insieme» (1971) nella quale si amalgamano le ricerche di sacerdoti e laici (alcuni operai), gli studi dei teologi, i contributi degli organismi consultivi, le intuizioni profetiche dell’arcivescovo”. L’uno e l’altro, in ogni caso, sono pervasi dalla sua ansia di “vescovodelConcilio”, formato alla scuola del Padri e “in parte convertito dal Concilio”, e di “uomo che fa strada ai poveri”. Si crede siano queste le possibili chiavi di lettura delle sue scelte pastorali e del suo impegno sociale. “Memorabilelasuapresenza nel 1973”, ricordava don Giorgis, “alla tenda dei metalmeccanici in lotta per il contratto. Altrettanto rilevanti sono i suoi appelli ai pubblici poteri per la questione della casa e il sostegno aperto a don Gigi Ciotti e al Gruppo Abele nelle prime iniziative contro la droga e l’emarginazione”.

(2-continua)

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