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La giovane Chiesa cinese di Taiwan

Il racconto di padre Gian Paolo Lamberto, che opera nella vicina Corea

cartina geografica di Taiwan

Quella di Taiwan (un tempo conosciuta come isola di Formosa, l’isola «bella», come la chiamarono i portoghesi nel XVI secolo, un territorio poco più vasto della Sicilia 180 km a est della Cina continentale con 23 milioni di abitanti), è la terza presenza dei missionari della Consolata nel continente asiatico, dopo la Corea (nel 1988) e la Mongolia (nel 2003). Cinque sono gli anni di presenza nella diocesi di Hsinchu. E altrettanti sono i missionari (uno spagnolo, due kenioti, un coreano e un brasiliano) arrivati nel 2014 per dare inizio al loro servizio missionario “in Cina” (un territorio appoggiato da una manciata di paesi del centro America e dell'Africa presso le Nazioni Unite, anche se poi Stato non è).
Il lavoro pastorale della diocesi assegnata ai missionari era retto, fin dal 1952, dalla Compagnia di Gesù. Molti dei missionari di allora, espulsi dalla Cina comunista, vennero su queste sponde, istituendo le attuali parrocchie. Come quella del Sacro Cuore ora affidata ai missionari, per raggiunti limiti di età dei Gesuiti. Che tuttavia nel tempo si sono guadagnati il rispetto e l’ammirazione di tutti i fedeli (una novantina), attivi in vari gruppi e nella catechesi battesimale. La parrocchia ospita una grande quantità di migranti provenienti da moltissimi altri paesi del Sud Est asiatico, in particolare dalle Filippine.
Lo scoglio più difficile da superare? L'apprendimento della lingua cinese, soprattutto scritta, che non conosce alfabeto, ma solo ideogrammi da memorizzare, e poi la mancanza di ricambio del clero locale. Di questo ed altri aspetti di questa chiesa in formazione abbiamo parlato ancora con padre Gian Paolo Lamberto, che questa terra segue con attenzione dalla Corea del Sud, in cui risiede ed opera, quale economo delle missioni del suo istituto religioso, anche su quest'isola.
La nunziatura della Chiesa cattolica per la Cina continua ad essere ospitata a Taiwan?
Sì. È in corso un gioco diplomatico con la Cina, con cui il Vaticano vorrebbe avere dei rapporti più costruttivi, continuativi e regolari, ma Pechino in questo momento sta facendo un giro di vite fortissimo sulle religioni. Però Taiwan ha una sua storia autonoma; ha suoi popoli indigeni, autoctoni, che vivono soprattutto sulle montagne, e hanno anche una loro lingua. Molti di questi sono diventati cattolici. In passato inoltre giunsero a Taiwan persone che scappavano dalla Cina, marinai, pirati... E quindi c'è una popolazione di origine cinese che nei secoli si è aggiunta a quella di Taiwan. Negli anni '50 infine, quando Mao prese il potere e Chiang Kai-Shek fuggì dalla Cina continentale, un milione circa di nazionalisti vennero con lui e presero possesso di Taiwan. Quindi la popolazione è formata, per così dire, da questi tre strati. Nei primi anni i cattolici erano soprattutto cinesi fuggiti dalla Cina (compresi vari vescovi), ma da allora la Chiesa non è più cresciuta. Per esempio, noi della Consolata abbiamo la nostra diocesi, in cui il vescovo ci ha accolto, e addirittura ci ha dato una delle parrocchie più grandi, prima gestita dai Gesuiti (che adesso hanno lasciato le parrocchie per questioni di età). È una parrocchia molto “grande”, con 90 fedeli! Le altre ne hanno di meno, 50, 20 o anche solo 10!
Davvero una piccola Chiesa!
Che è difficile anche per loro da gestire; il vescovo li aiuta dando loro uno stipendio da sacerdote, che basta appena per la vita ordinaria. Se devono far qualcosa dobbiamo aiutarli noi dalla Corea. I fedeli sono troppo pochi e riescono appena a pagare le spese della parrocchia.

Intervista completa su La Fedeltà del 10 luglio.

Qui altra intervista di padre Lamberto dedicata alla Chiesa in Mongolia.