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In carcere a Rebibbia ho incrociato autentici percorsi di fede

Don Davide Pastore e il suo servizio pastorale tra i detenuti

Don Davide Pastore

Rebibbia è un universo carcerario formato da quattro penitenziari completamente autonomi. Quello femminile, che è il più grande d'Europa (con circa quattrocento donne), e altri tre maschili (uno grande con circa 1600 detenuti, e altri due più piccoli con circa un centinaio di persone a testa). Don Davide Pastore, presbitero della diocesi di Fossano, con precedenti esperienze ed impegno di parroco a San Filippo e quindi di volontario alla Casa di Reclusione di Fossano, in questo ultimo anno accademico 2018-19 è stato mandato a Roma per frequentare il Corso triennale di licenza in Storia della Chiesa all'Università Pontificia Gregoriana. Nel partire ci aveva detto che avrebbe dovuto svolgere il proprio ministero pastorale nel fine settimana in una parrocchia della capitale, anche se non sapeva ancora quale. Sono bastate poche settimane di permanenza nella città eterna per venire a sapere che era stato destinato a prestare servizio nel carcere di Rebibbia. Con questa intervista (ora che è ritornato a Fossano per il periodo estivo) abbiamo cercato di capire quale sia il suo ruolo, come si rapporta in questo contesto, che, oltre ad essere penitenziario, è sicuramente uno tra i più grandi in Italia; occasione di incontro e di scambio, dove si va per dare ma in cui, in realtà, si riceve ancora di più.

Un ministero pastorale proprio a Rebibbia, perché?
Il rettore del Pontificio Seminario Lombardo (che ospita preti studenti di vari atenei di Roma - dove ora risiedo - la maggior parte dei quali, compreso me, frequenta l'Università Pontificia Gregoriana), oltre a seguire la nostra vita e il nostro impegno negli studi, richiede a ciascuno di svolgere un servizio pastorale nel fine settimana. Ora, i cappellani di Rebibbia chiedono di mandare qualcuno ad aiutarli. Poiché a Fossano avevo svolto un servizio pastorale in carcere, ho accettato la proposta e ci sono andato al sabato o domenica o in entrambi i giorni in base all’esigenza. Noi preti studenti abbiamo iniziato in quattro, uno al carcere femminile, e altri tre in quello maschile.

Hai quindi preso contatto con i cappellani?
Sì, sono stato contattato da uno di loro. Dal 1° di novembre fino a Natale, con noi altri c'erano anche dei preti che venivano da ulteriori collegi e istituti religiosi. Per cui, oltre i tre cappellani, ci sono sempre dei sacerdoti che danno una mano almeno per le celebrazioni eucaristiche. In quel periodo, dunque, le sezioni erano abbastanza coperte per ciò che riguardava le liturgie. In quei mesi ho fatto da jolly e ho girato quasi tutte le sezioni. Uno dei quattro sacerdoti a gennaio ha terminato il suo iter di studi per cui ho preso il suo posto come servizio al reparto G9 (quello dei delinquenti comuni) e ho continuato mantenendo questo incarico fisso la domenica mattina in sezione. Il sabato il cappellano mi ha chiesto se potessi dedicare un servizio ulteriore ai detenuti del “41 bis” (il cosiddetto carcere duro per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione, associazione per delinquere di tipo mafioso, violenza e sequestro contro le persone, ndr).

Accennavi al compito di confessare o di fare colloqui: sono tanti che li chiedono?
Non sono tanti ma qualcuno sì...

Al “41 bis” puoi confessare?
No, lo fanno solo i cappellani. La celebrazione avviene in corridoio anche perché i detenuti non possono avere spazi in comune; la loro vita è chiusa in cella. Ci sono cinque sezioni di “41 bis” più una dei pentiti; celebro messa sezione per sezione, ma non tutte le settimane, più spesso una volta al mese, meno ancora d'estate. Nell'ora d'aria non si possono incontrare né parlarsi tra di loro, ma vengono distanziati ed affiancati da un poliziotto cadauno.

Cosa chiedono maggiormente al sacerdote?
Sicuramente apprezzano il fatto che ci sia una persona con cui si può parlare e che questa è lì proprio per loro. Spesso chiedono preghiere per i loro famigliari, defunti o viventi. Poi diciamo che su una sezione di circa duecento detenuti, una cinquantina di loro viene a messa.

Mentre fuori dal carcere l'attitudine di chi frequenta la chiesa è di evitare la confessione, mi sembra di capire che invece in carcere ci sia un pensiero diverso.
Ho vissuto delle confessioni davvero profonde nel senso che alcuni hanno tracciato un quadro generale della loro vita. E riconoscono che se sono lì è giusto perché hanno compiuto degli atti delinquenziali. Confessioni che sono state arricchenti anche per me; davvero dei bei percorsi di fede. E di volta in volta ti chiedono di continuare a pregare per loro.

Intervista completa su La Fedeltà del 24 luglio