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Le due suor Miriam (2ª parte)

suor Miriam Dalmazzo

Centallo, negli anni immediatamente successivi alla morte di suor Miriam Seita, assiste ad una eccezionale fioritura di vocazioni religiose, molte delle quali proprio tra le Giuseppine. Tra queste, anche Concetta Dalmazzo: nata a Centallo il 20 maggio 1925, apparteneva ad una delle famiglie più in vista del paese: il nonno ne era stato sindaco fino al 1914, così come il papà Angelo, notaio e sindaco negli anni Venti fino all’inizio dell’età podestarile; la mamma, Lucia Ciocca, che i centallesi ricordano come “madamin ‘d l’avocat”, era stata colonna portante dell’Azione cattolica e della San Vincenzo parrocchiale. Concetta, tra quelle che più avevano pianto sulla bara di suor Miriam, “tanto da far pensare ad una centallese, che pure mi conosceva bene, che fossi una sua parente”, parlava spesso di quella suorina “che in pochissimi mesi era riuscita a dare nuova direzione alla mia esistenza”, ricordandone in particolare “il viso tumefatto, la guancia livida, irriconoscibile” a causa del trauma mortale.
L’ingresso di Concetta nella congregazione delle Giuseppine di Cuneo desta stupore ed ammirazione, ma in realtà, non si tratta che della conclusione di un lungo percorso spirituale, iniziato per lei nel 1940, quando viene a contatto con don Stefano Gerbaudo, il sacerdote “che ha saputo galvanizzare la mia adolescenza”, come lei stessa scrive. “Studente al Classico di Cuneo, esuberante ed incurante di certe tradizioni, segnata da una grande gioia di vivere, d’improvviso, con mia sorpresa, ho colto invece il suo invito a lavorare per il Regno. Proprio don Gerbaudo, per primo, ha saputo far emergere dal mio profondo la Chiamata personale, che, pur tra vicissitudini varie, ha sempre brillato, inconfondibile tesoro: la vocazione religiosa. Ogni volta che ci ripenso, un canto di lode e di grazie sale a Dio e a don Gerbaudo, che ha saputo trasformare la nostra frenesia di danza, tipica degli anni ‘45/’48, in altrettanto amore per le anime”. Seguendo le orme della mamma, ma soprattutto l’invito di don Gerbaudo, il suo primo campo di apostolato fu l’Azione Cattolica: “dapprima allieva della Scuola di propaganda della Gioventù Femminile, a Fossano, in seguito “delegata di plaga” nei paesetti limitrofi a Centallo, su strade fangose, tra vento, pioggia e neve, costretta anche a portare la bici sulle spalle nei tratti più impervi, sovente sotto il tiro di mitragliamenti, nulla mi fermava… e come me tante altre: seguivamo semplicemente l’esempio di don Gerbaudo, affascinate dal trinomio che ben aveva saputo farci brillare: apostolato, purezza, eroismo. Segnate da un forte amore per la Chiesa ed il Papa, istruite nella Dottrina Sociale del magistero ecclesiastico, risento ancora adesso l’ardore di quella mia giovinezza votata alla causa del Regno”.
Se a don Gerbaudo, dunque, riconosce il merito del germe di vocazione deposto in lei, è il sacrificio della suora trentasettenne ad orientarla verso le Giuseppine insieme ad altre centallesi: tra tutte, però, solo lei eredita da suor Miriam Seita, oltre alla vocazione, anche il nome “per un sorprendente mistero di grazia e di bontà”, come lei stessa ricorda. “Molto probabilmente io ho realizzato il sogno di mia mamma, quello di farsi suora. Non passa giorno che io non abbia per lei l'affettuosa, riconoscente preghiera, per avermi dato due volte la vita con il suo personale, misterioso sacrificio”. Entrata in congregazione nel 1948 subito dopo la laurea, suor Miriam Dalmazzo professa i primi voti nel 1951, dopo di che, fino al 1969, è insegnante presso l’Istituto tecnico femminile di Cuneo e successivamente, fino al 1975, consigliera della congregazione. Poi si tuffa nella catechetica: per un biennio nella comunità di Sanremo, quindi a Platania, in Calabria, dove insegna anche religione nelle scuole. L’obbedienza la porta poi in Congo, da dove la malaria la fa rientrare precipitosamente dopo soli due anni. Dal 1989 al 1996 la troviamo attiva nella nostra diocesi, impegnata nella pastorale diocesana e nel centro catechistico. Tornata nel 1997 a Cuneo, continua a lavorare nel Collegio Immacolata, non disdegnando anche gli incarichi più umili e trascorrendo volentieri il suo tempo libero per animare e sollevare le consorelle ricoverate in infermeria. “Io ho davvero ricevuto il centuplo fin da quaggiù perché con Dio non si è mai in perdita”, confida ai giovani, raccomandando loro: “Non esitate a "scommettere" con Dio! Riflettete sulle vostre aspirazioni, sulle vostre tendenze; invocate luce e forza. E decidetevi! Non aspettate troppo. Con Dio i calcoli danneggiano”.
Dal 2000 un nuovo incarico, certamente a lei congeniale: ogni fine settimana sale in val Maira, ad animare le celebrazioni domenicali della Parola, in alcune parrocchie della diocesi di Saluzzo rimaste senza sacerdote. “Era dotata di un’abilità non comune, ricordano le consorelle, “ed ha sempre messo a disposizione i suoi doni sia per la gente che incontrava come per le necessità della Congregazione. Ha documentato con fotografie, scritti e filmati i vari momenti della storia e delle opere della Congregazione e fino agli ultimi giorni faceva traduzioni in francese per le sorelle delle missioni dell’Africa”. Il 23 dicembre 2010 il ricovero in ospedale per un’insidiosa polmonite virale e alcuni giorni dopo l’inaspettato decesso: il giorno 28, proprio alla vigilia dell’anniversario del bombardamento, quasi un appuntamento in cielo per le due suor Miriam. Un giorno lontano, ricordando suor Miriam Seita, la nostra suor Miriam di quell’altra aveva scritto: “Il suo sguardo…oh, come mi è presente! Prima della voce parlavano i suoi occhioni, troppo grandi per un viso così fine, quasi attingessero a profondità ignote e fossero incapaci di contenere i troppi segreti dello spirito”. Anche gli occhi di suor Miriam Dalmazzo erano straordinariamente vivi, gioiosi, arguti e profondi e se è vero che “quando il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo è illuminato” (Mt, 6,22), in quei suoi occhi straordinari si leggeva, anche quando il suo volto fu irrimediabilmente solcato dalle rughe, la gioia di una vocazione pienamente realizzata, di una vita intensamente vissuta, di una fede gioiosamente testimoniata.