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Le meraviglie operate a Centallo da padre Benigno (2ª parte)

La scultura dell’artista Elena Sellerio che Centallo ha dedicato a padre Benigno, nei pressi dell’antico convento francescano in cui ha abitato
La scultura dell’artista Elena Sellerio che Centallo ha dedicato a padre Benigno

Se è vero, come già scritto nel precedente articolo, che l’attività taumaturgica del padre Benigno Dalmazzo raggiunge l’apice nel 1733, quand’egli si trova nel convento degli Angeli di Cuneo, è altrettanto vero che però tutto inizia a Centallo, quando è fresco di ordinazione e qui insegna filosofia ai giovani frati. Una delle prime a beneficiare del suo carisma è la centallese Leandra Vico, sofferente da tre giorni nei travagli di un parto piuttosto complicato, per facilitare il quale si sono dimostrati del tutto inefficaci gli sforzi e i rimedi normalmente impiegati. All’umile frate, accorso al suo capezzale insieme ad un confratello, è sufficiente invece una benedizione e l’invito alla partoriente ad affidarsi all’Immacolata Concezione di Maria, perché tutto si risolva per il meglio con la nascita di due splendidi gemelli. Il signor Chiotti, che da Valmala è trascinato a Centallo rattrappito in tutto il corpo, ritorna completamente raddrizzato a con le proprie gambe a casa sua. Domenico Dalmazzo è istantaneamente guarito da un tumore al ginocchio, in conseguenza del quale era già stata decisa l’amputazione della gamba, ed a presentarlo a padre Benigno è il tipografo cuneese Gherardo Audiffredi, anch’egli in modo altrettanto istantaneo guarito dalla sua cecità.
Sono alcune delle guarigioni prodigiose deposte sotto giuramento al processo di beatificazione, una delle quali si verifica anche a Levaldigi: qui attendono per strada il passaggio del padre Benigno, diretto, naturalmente a piedi, da Centallo al convento di Torino per il quaresimale del 1720. Lo portano al capezzale di Antonio Torretta, ormai in stato preagonico, che ha già ricevuto il viatico e gli altri sacramenti e che, dopo una semplice benedizione, balza in piedi completamente ristabilito, prima che il frate varchi i confini parrocchiali in direzione di Genola. Di ritorno dal medesimo quaresimale verso Centallo, devia per Fossano, perché invitato a benedire alcune monache del monastero cistercense, tra le quali donna Celebrini, che una paralisi ha ridotto in fin di vita e che guarisce all’istante. Per sdebitarsi, la Badessa ammetterà in monastero, la sorella minore del padre Benigno, sebbene di poca salute e senza dote. La centallese Ludovica Davione, che per due volte è riuscita ad ottenere la guarigione del marito e si sente onorata di aver in alcune occasioni potuto servir pranzo al padre Benigno, conserva tra le cose a lei più preziose un pezzo del saio del santo frate. Al processo di beatificazione testimonia le guarigioni prodigiose ottenute applicando quella reliquia al figlio, ormai agonizzante, a suo fratello e ad un panettiere di Torino. Per l’uomo di Monterosso che sta diventando completamente cieco, per lo storpio centallese di cui non si conosce il nome e per la donna di Demonte diventata muta è davvero una fortuna trovare nel convento centallese un frate che, oltre a ridare pace all’anima, li rimanda a casa completamente risanati. Invece, per la dodicenne di Cervere muta dalla nascita, che gli viene presentata nella parrocchiale di Centallo, il miracolo non avviene in “piena regola”, o almeno non come il papà si attende. Chiedendole cosa desiderasse e sentendosi rispondere dalla bambina (che fino ad allora non aveva mai parlato) “pane e paradiso” il padre Benigno dice al papà: “Questa vostra figlia è troppo bella: se a questo dono si aggiungesse quello della parola, diventerebbe troppo superba e potrebbe anche dannarsi. Perciò accontentiamoci di quello che farà il Signore per lei: non le mancherà mai, finché vivrà, il necessario e dopo questa vita la speriamo in Paradiso: questo è il tutto, il rimanente è nulla”. L’ultima uscita del padre Benigno dal convento cuneese degli Angeli è ancora per una parrocchia della nostra diocesi: a maggio 1744, cioè quattro mesi prima della morte, si trascina con le sue forze residue a Mellea per erigere la Via Crucis, quando cioè la paralisi gli sta rendendo estremamente faticoso ogni spostamento e gli impedisce anche di parlare.
Cuneese a tutti gli effetti, quindi, il padre Benigno ha dimostrato di amare e beneficare Centallo, la sua gente e il territorio della nostra diocesi. Ben lo aveva capito il sindaco di Centallo Giuseppe Conte insieme a sei consiglieri, che a settembre 1824 rivolgono una supplica al vescovo di Cuneo Samone, chiedendogli “di volersi compiacere d’interporre i suoi buoni uffici presso la Santa Sede, per provare ad ottenere che venga presto riaperto il processo della di lui beatificazione”. Non sappiamo il “peso” che possa aver avuto una tal inusuale supplica “laica” nella prosecuzione di un processo canonico e nella dichiarazione della venerabilità del 1881, ma certamente depone a favore dell’interesse dimostrato dalla Municipalità centallese per una beatificazione “diretta alla gloria di Dio e a vantaggio di queste popolazioni, tra le quali la comunità di Centallo si gloria di essere stata indirizzata al bene dalle eminenti virtù esercitate da Padre Benigno quando era di famiglia nel convento che allora qui aveva il suo Ordine religioso”.

(2-fine)

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