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Il San Luigi di Levaldigi – 1ª parte

La Confraternita dello Spirito Santo a Levaldigi
La Confraternita dello Spirito Santo a Levaldigi

“Ghignetti, chi?”, dicono oggi a Levaldigi, segno inequivocabile che il tempo ha davvero cancellato ogni ricordo e che la famiglia si è completamente estinta. A Cervere, almeno, questo nome dovrebbe aver lasciato qualche traccia in più, visto che corrisponde ad uno dei suoi parroci dell’Ottocento, don Costanzo (successivamente canonico della Cattedrale di Fossano), fratello del Francesco di cui andiamo a parlare. Che nasce, a Levaldigi appunto, l’8 marzo 1822, come risulta dall’atto di battesimo che abbiamo fatto emergere dall’archivio parrocchiale. Ancora più provvidenziale è stato però il rinvenimento a Roma di un profilo biografico, che siamo riusciti ad ottenere in copia, grazie alla squisitezza della direttrice dell’archivio centrale degli Oblati di Maria Vergine, la congregazione fondata dal cuneese padre Lanteri. Si tratta di uno scritto inedito, datato 1847 e attribuito alla penna del benese padre Pier Paolo Gastaldi, la cui attendibilità è garantita (oltreché dalla serietà dell’autore), anche dal suo essere contemporaneo (più giovane di appena cinque anni) del nostro Francesco e dall’averlo vergato a pochi mesi dalla morte, con il pregio di poter quindi attingere da manoscritti e testimonianze “de visu” che oggi sarebbero introvabili.

Francesco Ghignetti è l’ultimo degli otto figli di Pietro Antonio e Maria Fissolo e comincia da subito a conoscere le difficoltà della vita, perché a 3 anni è già orfano di padre e sette anni dopo anche di madre, che però ha il tempo di trasmettergli il patrimonio di fede di cui è ricca la famiglia, visto che ha già saputo coltivare in Costanzo la vocazione sacerdotale. “Il piccolo Francesco sembra esser nato per gli studi e la pietà”, annota il maestro di Levaldigi, cui non sfugge che se la natura gli ha fatto dono dell’intelligenza, mamma con lui non è certo avara di sprone, suggerimenti e buoni consigli. Appena può inizia a servir messa (“il messale era più grosso di lui”, ricordavano gli anziani, “doveva alzarsi sulla punta dei piedi per arrivare a prenderlo”) ed è anche il piccolo e più assiduo frequentatore delle varie pratiche di pietà organizzate in confraternita. Con la prematura morte di mamma si pone il problema del suo avvenire, anche se pare già scritto che debba continuar gli studi cui è naturalmente portato.

Da Cervere interviene così il fratello don Costanzo, che lo fa accogliere in casa da un maestro di Marene, che insieme al vitto e all’alloggio gli garantisce un accompagnamento negli studi e che in seguito potrà testimoniare che “un giovane così buono ed attento come il Ghignetti io non l’ebbi mai e forse non l’avrò mai più”. Oltre che buon cattolico, il maestro di Marene sembra anche sapere il fatto suo sul piano professionale, perché prepara Francesco a superare brillantemente l’ammissione al Real Collegio di Fossano, dove Francesco comincia a studiare nel 1836, stringendo tra l’altro amicizia con Giovanni Battista Giaccardi, il futuro canonico e storico (di cui speriamo poter parlare nei prossimi numeri), che in seguito testimonierà: “Neppur un giorno solo mi ricordo che egli non sapesse la lezione prescritta ovvero tralasciasse di fare quei lavori che dai maestri erano imposti”, tanto che nessuno si meravigliava “se i primi posti fossero i suoi, se non venisse mai neppur una volta rimandato ad un secondo esame, anzi se terminato il corso venisse poi a meritarsi la menzione onorevole”. Per Francesco, dunque, si profila una brillantissima carriera scolastica, che nel 1839 sfocia invece nel suo ingresso in seminario, retto in quegli anni dal canonico Craveri, che già in vita gode a Fossano di una solida fama di santità e che per il ragazzo di Levaldigi diventa così punto di riferimento e validissimo esempio di vita. “Sembra un San Luigi”, dicono di lui compagni e superiori, ammirati e stupiti della sua serietà, della sua devozione e della sua bontà.

(1-continua)