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Ghignetti, l’esattissima pratica delle piccole cose – 3ª parte

La Confraternita dello Spirito Santo a Levaldigi
La Confraternita dello Spirito Santo a Levaldigi

È una vita intensa, quella di Francesco Ghignetti, in perenne tensione verso la santità, scandita dalla preghiera che non si limita a quella prescritta dalla Regola, dato che mamma lo ha abituato fin da piccolo a moltiplicare le sue devozioni. Così, per soddisfare un bisogno intimo che in lui è almeno pari alla necessità del nutrimento per il corpo, si porta più volte al giorno ai piedi del tabernacolo e innalza frequenti, per non dire continue, invocazioni alla Madonna, di cui è sempre devotissimo. Il fondatore ha chiesto ai suoi figli di coltivare in modo particolare la carità e Francesco, nei suoi propositi, si pone come obiettivo “di non rompere mai la carità, onorando in tutti la persona di Gesù”. Per questo si interpone come paciere nelle discussioni, anche innocenti, che a volte nascono tra novizi, ai quali, secondo le testimonianze, è solito dire con la maggior delicatezza possibile: “Se troppo ci scaldiamo ne va di mezzo la carità e le nostre questioni invece di diventar proficue restano di lana caprina che non vale niente”. Obbedientissimo al suo proposito di essere “molto riservato e parco nelle parole, amando meglio tacere specialmente alla presenza di più persone e tanto più di qualche autorità”, cerca di non essere mai al centro dell’attenzione; sono gli altri ad essere conquistati dal suo stile di vita, come ben dimostra la testimonianza di chi, desiderando vedere un ritratto del beato giovane gesuita Giovanni Berchmans, si sente rispondere: “Se ella vuol vedere il Berchmans, guardi il chierico Ghignetti specialmente quando prega e ne avrà l’immagine vivente”. Il suo è un esempio che contagia, come testimonia l’umile confessione di un compagno di noviziato, che ha dichiarato: “A chi voleva essere animato alla esattissima pratica delle piccole cose, bastava osservare il chierico Ghignetti e sa il Signore quante volte per avere io un sì perfetto modello di ubbidienza sotto gli occhi mi sono abbracciato al bene e lasciato il male, cioè ho lasciato di vivere secondo le mie voglie per fare le altrui”. E non può essere altrimenti, dato che Francesco si ispira all’insegnamento di un santo maestro di noviziato, che gli ha insegnato “a fare e praticare ciò che Dio vuole, nel modo che vuole e unicamente perché lo vuole”, al punto che “non si sarebbe permesso a raccogliere di terra una piuma d’uccello trovata nel cortile, se prima sapesse d’averne il permesso del superiore”. “Un forte amore a Gesù e a Maria vince e supera ogni difficoltà”, scrive qua e là nei suoi appunti, a dimostrare però che anche per lui, a volte, la battaglia si fa dura e le difficoltà non mancano, e solo con l’aiuto che gli viene dall’alto riesce a prontamente riprendersi.

La sua professione religiosa è fissata al 25 luglio 1845, un passo definitivo tra gli Oblati di Maria, ai quali ha deciso di aderire, che sente e che ama come la sua vera famiglia. In tempi non sospetti aveva confidato al maestro dei novizi che, quando ancora era in seminario a Fossano, aveva chiesto la grazia di poter entrare in una congregazione religiosa, compiere il noviziato e poi morire, come a dire che diventare religioso era la sua massima aspirazione, raggiunta la quale poteva anche considerare conclusa la sua vita terrena.

Ad agosto 1845, cioè nel mese successivo alla professione, insieme ad una grande e generale debolezza, comincia a manifestarsi in lui una tosse secca e persistente che squassa un fisico, prima completamente sano. Il medico curante e i colleghi chiamati a consulto non hanno dubbi sulla diagnosi e concludono che gli resta poco da vivere, consigliando per lui un clima più mite di quello pinerolese. I superiori dispongono il suo trasferimento a Torino, alla Consolata, dove Francesco arriva ad inizio ottobre. Novene e suppliche per intercessione del Lanteri non ottengono la sua sperata guarigione. Ben conscio della sua situazione, vive in serenità e gioiosa accettazione della volontà di Dio le settimane della sua malattia con “quella padronanza e dominio di sé che in giovane come lui oltre che imitarsi è da sommamente encomiarsi”. Al confessore che cerca di indagare sul suo stato d’animo di quei giorni, può con serenità rispondere che “grazie aDio sono tranquillo e non ho niente, proprio niente che mi dia fastidio”. La situazione precipita durante la novena di Natale e tutti si accorgono che ormai è questione di giorni, per cui c’è chi si affretta a raccomandarsi alle sue preghiere. Questi risponde con serenità: “Ne parlerò con la Madonna, faròtutte le commissioni che mi danno e spero di non dimenticarne neppure una”. Entra in agonia allo spuntar dell’alba del giorno di Natale e si addormenta dolcemente nella morte alle 8 del mattino, cioè “il giorno stesso in cui nasceva al mondo Gesù", fanno incidere sulla lapide della sua tomba, che ancora si conserva nella cripta della Consolata, come testimonia la foto qui pubblicata.

(3-fine)