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Maria Cirotti, all’abilità univa cuore e vera pietà (1ª parte)

Maria Cirotti nata a Fossano nel 1815

È strano a dirsi, ma ogniqualvolta si ammala seriamente (tanto che in alcuni casi arriva addirittura in punto di morte) c’è da giurarci che dalla sua fervida mente, ma soprattutto dal suo grande cuore, sta nascendo qualcosa di stupendo. Con Maria Cirotti succede sempre così, tanto da far pensare che in lei la sofferenza fisica sia moneta sonante per le sue imprese caritative. Della sua infanzia si sa poco, come pure della sua famiglia, fatta eccezione per un fratello, Paolino, che tra i Cappuccini ha brillato non certo di luce riflessa e al quale anche speriamo di dedicare in futuro un po’ di spazio su questa rubrica. Ritorniamo alla nostra Maria, che se non fu madre biologica e neppure spirituale, dato che non è una consacrata né risulta abbia fatto vita comune con altre consacrate, eppure madre fu per davvero, e di una famiglia piuttosto numerosa. Parlano di una sua bellezza giovanile piuttosto vistosa, almeno pari alla sua briosità e al suo dinamismo; ma, insieme, parlano anche di una estrazione familiare piuttosto modesta, con ciò escludendo avesse beni o proprietà da investire come proprio superfluo nelle opere di bene. Quanto dona proviene, dunque, esclusivamente dalla grandezza del suo cuore e dalla fantasia della sua carità. Che, oltretutto, non è mai settoriale o esclusiva, e se pare cogliersi in lei una particolare predilezione per la gioventù è solo perché, verso questa, meglio può esprimersi la sua maternità. Ha poi il pregio di non far tutto da sola: cerca collaboratori, si consulta, accetta consigli e si affida alle direttive dei santi del suo tempo, che non mancano, allora come ora.

Nasce nel 1815 e fortuna vuole che la sua strada si incroci con quella di un prete santo qual è il canonico Craveri, che per quasi 20 anni, fino al 1850, costituisce il fulcro della vita spirituale e caritativa di Fossano, della cui diocesi è anche vicario generale. Per il principio secondo cui i santi tra loro si attraggono e vicendevolmente si influenzano, la Cirotti e il Craveri formano un binomio indissolubile nel panorama caritativo dell’epoca. Il canonico, da buon direttore di spirito, intuisce tutta la ricchezza che si cela nella giovane e la trasforma nel braccio operativo della sua opera assistenziale. È lei a visitare le famiglie, segnalare le necessità, organizzare gli interventi, sollecitare gli aiuti e far infine defluire, come in una miriade di rivoli, la carità della chiesa fossanese per i più bisognosi.

È lei, per quasi 25 anni, a dirigere l’orfanotrofio femminile, perché dovendo scegliere una persona che “all’abilità ed al maneggio della casaunisse cuore e verapietà” non trovano davvero persona migliore di lei. Poiché però anche i santi si ammalano e muoiono, come tutti i mortali, la già sempre cagionevole salute di Maria ha un brutto peggioramento nel 1848, tanto da esser data per spacciata dai medici. Il canonico si precipita al suo capezzale per gli ultimi sacramenti, ma nel mentre gli scappa una predizione: “Non morirete, questa infermità non è di morte, ma per manifestarsi le opere di Dio… Vivrete ancora venti anni… farete due piccole Opere… Sarete per lo più malaticcia ma non più tanto come prima”. Occorre dire che tutto puntualmente si avvera, ad eccezione degli anni che ancora le restano da vivere, che non sono soltanto venti come al Craveri sembrava di intravvedere, bensì cinquantacinque, perché probabilmente il buon Dio, strada facendo, dovrà aver tenuto conto di quanto stava chiedendo a questa ragazza generosa ed intraprendente, alla quale doveva pur concedere il tempo sufficiente per far tutto. A morire, invece, è il Craveri, a febbraio 1850, ma dato che i santi continuano a lavorare anche dall’oltretomba, in qualche modo continua ad esser presente nella vita di Maria. Che nel 1858 è di nuovo seriamente malata, anzi, come lei stessa scrive, “abbandonata dai medici perché non sapevano più che fare nella loro arte medica”, al punto che “io mi sentivo tanto male che mi sembrava dover morire a tutte le ore senza umano conforto”. Ricordandosi però della predizione del canonico che rischiava di non avverarsi, “con gran fiducia gli dissi che se veramente era santo e che se m’avesse interceduto la grazia della guarigione io ne avrei fatto scrivere la vita”.  Non è probabilmente con questa promessa che si accaparra l’intercessione del Craveri (anche se la guarigione arriva, lasciando i medici di stucco e lei, come promesso, fa scrivere dal fratello padre Paolino la prima vita del santo canonico, contribuendo lei stessa con i suoi ricordi e le sue testimonianze), quanto piuttosto in vista della prima delle due “Opere” che le aveva predetto e che proprio in quei giorni di malattia la sua fantasia fervida sta elaborando.

(1 - continua)