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Una madre per le “buone figlie” (2ª parte)

Maria Cirotti fondatrice delle

La malattia ha dato a Maria Cirotti il tempo di “inventarsi” una istituzione forse condivisa, per breve tempo, con il canonico Craveri, il quale fin dal 1846 sognava un collegio per la gioventù maschile, che la morte prematura gli aveva però impedito di realizzare. Maria “eredita” questa idea, dandole tutto il tempo di metter radici in lei. Da donna saggia e prudente qual è, si confronta a più riprese con il canonico Anglesio, successore del Cottolengo, e resa forte dal consiglio e dall’incoraggiamento ricevuti, passa alla fase operativa, che si concretizza già nel 1859 con l’acquisto di una casa. È lei, come sempre, a tenere le fila dell’intera operazione e a cercare i benefattori, che fanno confluire nelle sue mani il denaro necessario a dimostrazione della fiducia che gode e della stima che la circonda. Al momento della firma dell’atto di acquisto, però, la Cirotti è di nuovo ammalata e, in sua vece, le pratiche davanti al notaio sono sbrigate dal marchese Alessandro Carassi del Villar, mentre monsignor Giorgio Oreglia, prevosto della cattedrale, viene designato ad apporre la firma in qualità di proprietario. Come tutte le cose di Dio, anche la nuova “opera” ha un inizio modesto e per cinque anni funziona unicamente come oratorio, perlopiù festivo, ma nel 1864 inizia la regolare attività scolastica, con un maestro stipendiato. Le richieste di iscrizione sono talmente tante che dopo qualche anno già si parla di ampliare l’istituto e si acquistano le case attigue. Maria ne è la “madre”, non solo per scodellare la minestra, ma soprattutto per assicurare un clima di famiglia agli “Oddinotti” (così chiamati perché l’istituzione è posta sotto la protezione di Oddino Barotti), molti dei quali hanno alle spalle problemi famigliari e magari carenze affettive.
Nel 1873 nuova grave malattia per la Cirotti, anche questa foriera di una sua nuova “opera”. Questa volta la sua attenzione si sposta sulle “povere figlie sfornite di senno” e in particolare su quelle “senza sorriso di madre, o senza sostegno paterno, incapaci di provvedere a se stesse, esposte ad essere di ludibrio altrui e preda del disonore”. Nascono così le Figlie della Divina Provvidenza, e la prima ospite viene accolta il 19 gennaio 1876, considerata appunto data di fondazione dell’istituto. Anche in questo caso è determinante il parere del canonico Anglesio del Cottolengo di Torino, per il quale lei “non ha motivo a diffidare che il santo pensiero che sentesi in cuore… siale ispirato dalla stessa Divina Provvidenza”. Il successore del Cottolengo si spinge anche a suggerire la denominazione del nuovo istituto, suggerendo OperaPia delle Buone Figlie, “essendo appunto con questo titolo denominato nella Piccola Casa”. Le ospiti arrivano, e non solo dal territorio diocesano, a testimoniare la bontà dell’intuizione e la grandezza di cuore di chi ha saputo farsene interprete. Ed è tra queste mura che Maria comincia ad essere chiamata “madre”, Madre Cirotti, perché tale davvero si dimostra: con l’offrire alle ospiti il calore di una famiglia, facendosi loro maestra ed educatrice, mendicando con la complicità della Provvidenza il loro pane quotidiano, insegnando e facendo eseguire piccoli lavoretti alla loro portata “ed ora tra esse quale fila la canapa, quale fa la tela, quale tesse la paglia e fa bellissime sedie”.
Per effetto del suo esempio e con il contagiati dalla sua carità, Il fior fiore della nobiltà fossanese fa a gara nel collaborare con lei. Tra questi non si possono dimenticare il Canonico Giaccardi (cui Maria, nella sua umiltà autentica, vorrebbe attribuire tutto il merito della nuova fondazione) e l’avvocato Gamba, cui per l’impegno profuso può davvero essere riconosciuto il ruolo di cofondatore, ma anche il fratello, il padre Paolino, non le lascia mancare il suo consiglio e il suo sostegno.
La donna acciaccata, dalla salute precaria e giunta più volte in punto di morte, continua a dispensare carità fino alla veneranda età di 87 anni, morendo il 18 febbraio 1903, in mezzo alle sue figlie. Che il giorno successivo la accompagnano nella chiesa del Salice per l’ultimo saluto, presieduto dal Vicario generale e il corteo funebre si trasforma, per le autorità e le rappresentanze partecipanti, in una manifestazione pubblica di riconoscenza e di stima per questa umile donna, che in vita ha saputo solo donare. Un anno dopo, commemorandone il transito, la stampa locale si augura “di vedere un giorno in prova di riconoscenza all’egregia benefattrice di leggere almeno su qualche via della città la denominazione ben meritata di “Via Maria Cirotti”. Non risultando accolta fino al 1999, il 6 gennaio di quell’anno, dalle colonne del nostro giornale, Giovanni Bergese rilancia la proposta e sinceramente ci è mancato il tempo di verificarne l’esito: forse qualcuno ci potrà in proposito aiutare.

(2 - fine)