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Caporalato, due arresti a Beinette

Operazione dei Carabinieri: coppia di cinesi sfruttava migranti nel settore della ristorazione

Un frame del video che gli stessi Carabinieri hanno realizzato per presentare l'indagine alla stampa

Marito e moglie di origine cinese - lui di 44 anni, lei di 43 - denunciati per “sfruttamento di manodopera continuata e in concorso tra loro”, ovvero caporalato. Un’accusa a cui si aggiunge quella di evasione tributaria e previdenziale per un importo di oltre 190mila euro, che ha portato a un sequestro preventivo di vari beni. E, ancora, “omissione dei versamenti contributivi” per oltre 52mila euro e sanzioni per “violazioni in materia di lavoro” che ammontano a migliaia di euro.

È il bilancio di un’indagine condotta dal Nucleo carabinieri dell’Ispettorato territoriale del lavoro di Cuneo, insieme con i colleghi della Compagnia sempre del capoluogo della Granda, e coordinata dal procuratore capo di Cuneo, Onelio Dodero. I due cinesi sono stati arrestati.

“Caporalato” è un termine che evoca campi e coltivazioni. Ma in questo caso “l’indagine non riguarda l’ambito classico dell’agricoltura, bensì quello della ristorazione e dell’ospitalità”, come spiegano i carabinieri. La donna denunciata è infatti titolare di un ristorante-hotel a Beinette, mentre il marito ne risulta il coadiuvante: “La ditta - continuano i militari - gestiva anche un hotel poi adibito a Centro di accoglienza straordinario, dove venivano alloggiati i migranti sbarcati in Italia e gestiti dalla Prefettura nell’ambito del piano nazionale. Dagli accertamenti è emerso che, oltre a questo Cas, la ditta ne aveva gestiti altri due, a Montoso di Bagnolo Piemonte e a Robilante, entrambi chiusi per questioni economiche non legate agli accertamenti svolti”. Proprio tra gli ospiti di Beinette, la coppia cinese “attingeva manodopera da sfruttare”: in particolare l’indagine, iniziata nella scorsa primavera, “ha permesso di accertare che tra il mese di settembre del 2017 e l’aprile del 2019 gli indagati avevano sfruttato 5 rifugiati di origine africana costringendoli a lavorare su turni di 11-12 ore al giorno, sette giorni su sette, senza riposo giornaliero o settimanale e senza ferie”.

Alcuni dei lavoratori sfruttati sono riusciti a strappare un contratto di 20 ore settimanale, con retribuzione di 200 euro al mese “corrisposta solo a seguito delle insistenti richieste dei lavoratori stessi”. Sono stati i più fortunati: se qualcuno si ribellava  chiedendo di essere regolarizzato e avere una paga adeguata, scattava il licenziamento. Non venivano inoltre rispettate né le norme basilari di sicurezza sul lavoro, né tantomeno quelle igieniche negli alloggi in cui i migranti erano ospitati. I carabinieri hanno inoltre scoperto come uno degli sfruttati dopo un incidente sul lavoro sia stato medicato in casa: ovviamente, la decisione di non rivolgersi alle strutture sanitarie è dovuta al timore di subire successivi controlli da parte delle autorità.

Ne è emerso insomma, anche attraverso le testimonianze dei migranti,  “un complessivo quadro di sfruttamento del lavoro aggravato dallo stato di bisogno dei lavoratori che, stante la loro posizione di rifugiati tutti in attesa di asilo e privi di mezzi di sostentamento, erano nella condizione di dovere sostanzialmente accettare qualunque condizione pur di lavorare”. Il tutto “made in Granda”: non nelle assolate campagne dell’Italia meridionale dove l’immaginario collettivo colloca il caporalato come se fosse un’«esclusiva» di quelle terre.