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Proteste in Cile: “Il profondo malessere non è stato considerato” (AGGIORNATO)

Mons. Santiago Silva Retamales, presidente della Conferenza episcopale cilena, parla al suo popolo e alla classe dirigente

Un momenti della manifestazione organizzata davanti alla sede del consolato del Cile a Buenos Aires, in Argentina
Credit: Marta Facchini (www.tpi.it)

Forte condanna della violenza, che nelle manifestazioni di questi giorni ha portato alla morte di 15 persone. Ma anche la convinzione che il “profondo malessere” non è stato preso in considerazione. Ora bisogna “guardare in faccia” la realtà del Paese e tutti siano “chiamati a dialogare sul Cile che vogliamo”. È un appello a leggere in profondità quanto è accaduto e alla concordia, quello che il presidente della Conferenza episcopale cilena (Cech), mons. Santiago Silva Retamales, rivolge al suo popolo e alla classe dirigente nel momento in cui ha preso avvio il dialogo tra il presidente Sebastián Piñera e tutti i partiti politici, per mettere a punto un’agenda condivisa di politiche sociali. Alle spalle, giorni tremendi: la capitale Santiago e altre città messe a ferro e fuoco, stazioni della metropolitana distrutte, blocchi stradali, negozi incendiati, assalti anche ad alcune chiese, tra cui la cattedrale di Valparaíso, coprifuoco e carri armati sulle strade. La situazione ha cominciato a normalizzarsi, ma la tensione resta alta. I lavoratori portuali sono in stato di agitazione e per oggi è previsto uno sciopero generale. In questo contesto arrivano le parole e gli appelli del presidente dei vescovi cileni.

Eccellenza, visti dall’Europa, gli ultimi avvenimenti sono sembrati un fulmine a ciel sereno. È così o c’erano invece segnali d’allarme?
Allarmi sulla diseguaglianza erano stati manifestati da tempo da parte di diverse organizzazioni. Tra queste, anche la Conferenza episcopale cilena. Nella nostra lettera pastorale intitolata “Cile, una casa per tutti”, pubblicata nel 2017, segnalavamo: “La differenza tra le classi, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la precarietà lavorativa per la mancanza di applicazione delle leggi sul lavoro, i bassi stipendi dei lavoratori e la bassissime pensioni producono molta frustrazione e rabbia e queste generano violenza. Dall’altra estremità ci sono gruppi che, per la loro posizione sociale e la loro ricchezza, esercitano un potere reale difendendo i loro interessi, a volte in modo illegittimo, arrecando una ferita all’etica e anche infrangendo la leggi per ottenere maggiori rendite particolari e, come conseguenza, mantenendo le diseguaglianze”. A partire dalla nostra azione pastorale abbiamo accompagnato la vita delle persone che stanno vivendo momenti difficili, però... continua a leggere

b.d. (fonte SIR)

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