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Anna Pettiti, la seconda buona mamma delle “buone figlie”

È proprio delle grandi anime far crescere alla loro ombra chi ne raccolga l’eredità e ne prosegua l’azione: necessario ed opportuno per chiunque, sicuramente indispensabile lo è per chi lascia dietro a sé una fondazione, un’istituzione, un’opera, se davvero vuol dare ad esse continuità e scongiurare che periscano insieme al fondatore. Noi, in genere, li chiamiamo “successori”, ma nel nostro caso mal si adatterebbe all’interessata, che sarebbe la prima a rifiutarlo. Perché una madre non può avere successori: chi le subentra ne prende semplicemente il posto, iniziando ad amare in modo irripetibile ed unico, come tale è ogni persona di questo mondo. Nelle settimane scorse abbiamo qui parlato di una donna, che più che fondatrice si sentiva madre e così la si chiamava: madre Cirotti, appunto, che di figlie ne aveva a centinaia e non sempre di quelle di cui ogni mamma può andar fiera secondo i discutibili canoni della logica umana, perché tutte portatrici di una minorazione, fisica o psichica. Al momento di chiudere gli occhi, il 18 febbraio 1903, Maria Cirotti ha la certezza che per esse ci sarà un’altra madre. Accanto a lei, infatti, è cresciuta e si è andata formando Anna Pettiti, sua collaboratrice fin da quando, a fianco di don Perucchetti, gestisce ed anima l’orfanotrofio femminile, a quell’epoca a ridosso della chiesa di San Giovanni, nei locali in seguito occupati dall’oratorio San Luigi.

È giovane Anna, a quei tempi (è nata nel 1856), ma già completamente assorbita dalle opere di carità, dall’attività assistenziale e dalla vita pastorale, distinguendosi in particolare nella catechesi parrocchiale in cui pare riscuota indubbi successi. L’ha poi seguita nella “pazza” avventura di fornire un tetto e, soprattutto, garantire un cuore di mamma alle “povere figlie sfornite di senno”, collaborando alla nascita di quell’Istituto che i fossanesi ribattezzano subito come “buone figlie”, dove l’aggettivo non fa riferimento alla bontà d’animo, per cui sarebbe più giusto chiamare delle “buone mamme”. Perché accanto alla fondatrice Cirotti c’è sempre Anna, la seconda mamma, dedita principalmente all’andamento della casa e al rifornimento dei viveri, ma che non disdegna di seguire le ospiti nell’esecuzione dei piccoli lavori di filatura e impagliatura in cui si sono specializzate, come pure di far loro catechismo, con il risultato, come annota l’articolista de la Fedeltà di un secolo fa, che “esse, in gran parte, frequentano ora i Sacramenti, mentre prima non ne erano capaci, perché nulla sapevano”.

Con la morte della Cirotti, insieme alle funzioni di “superiora” della casa ad Anna passa anche il titolo di “madre” e come tale viene festeggiata, nel suo giorno onomastico, il 26 luglio 1926 in occasione del cinquantesimo di fondazione. Il canonico Trucco, che in quanto vicario generale è anche presidente dell’Istituto, definisce madre Pettiti “donna piccola di statura, ma grande di cuore, umile nella sua grandezza e grande nella sua umiltà”. Per l’occasione si inaugura un nuovo messale, nella cui prima pagina campeggia una dedica, dettata dal cav. Majocchi e vergata dalle nostre Benedettine, che fino ad oggi è l’unico monumento che celebra la carità di questa “damigella modesta e pia”, riconoscendola “dell’opera della fondatrice impareggiabile continuatrice a sollievo delle figlie più bisognevoli”. Mentre su Anna “le buone figlie riconoscenti, gli amministratori ammirati invocano dalla Madre della Divina Provvidenza assistenza, benedizioni, premio”, significativa è la spiegazione che ne dà il canonico Trucco: cominciando col dire che  “la compianta madre Cirotti è posta là in alto sull’altare, là noi possiamo ammirarne la veneranda effige, che ci addita la Madonna della Divina Provvidenza (facendoci così sapere la collocazione originaria, sopra l’altare della cappella appunto, del quadro che il nostro giornale ha pubblicato a suo tempo), aggiunge che “la madre Pettiti non potendola mettere sull’altare, perché è viva, e noi vogliamo che viva ancora a lungo, ed i vivi non si mettono sull’altare, abbiamo pensato di mettervi questo messale, che io inauguro stamane dedicandolo a lei, colla precisa intenzione che come il messale si adopera tutte le mattine nell’offrire il santo Sacrifizio, così tutte le mattine in questa casa si pregherà per l’amata superiora”.

Da quel giorno a madre Pettiti sono donati ancora altri sedici anni di vita, vissuti tutti, come i precedenti, “con l’assillante problema di provvedere il vitto necessario alle sue protette senza avere di che pagarlo”, dovendosi più volte “far mendicante per amore delle povere ricoverate”, spesso “ringraziando la Provvidenza che visibilmente mandava i suoi aiuti”. Chiudendo gli occhi il 27 gennaio 1942 può contare quasi 40 anni alla guida dell’Istituto, e in tutto quasi 70 al servizio delle “buone figlie”: un servizio talmente lungo e generoso che abbiamo ritenuto meritasse almeno una menzione in questa rubrica e che facciamo a cuor leggero, dopo aver ricevuto assicurazioni che tra lei e noi non esiste alcun rapporto di parentela, per cui si esclude a priori qualsivoglia velata accusa di nepotismo, che qualche maligno ci potrebbe rivolgere e di cui facciamo volentieri a meno.