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Da Salmour a Fossano il prete dei giovani e della carità

don Giacomo Costamagna

A metterci sulle sue tracce l’impegnativa definizione di “apostolo della gioventù”, che un tempo campeggiava sulla sua lapide al cimitero. E anche ora che è stata rimossa, di tanto in tanto andiamo a cercarlo, fermandoci davanti al minuscolo ossario in cui riposano i suoi resti. Perché, nel frattempo, abbiamo scoperto, dal nostro settimanale e dalle testimonianze raccolte, essere lui, oltreché “il prete dei giovani”, anche “il prete della carità e il prete della semplicità”. E un intercessore così vi assicuro che fa sempre comodo. Don Giacomo Costamagna nasce a Salmour nel 1887, ragazzo di campagna cresciuto fino ai 18 anni nei lavori agricoli come semplice garzone salariato, nel quale tuttavia comincia ad affacciarsi in modo inaspettato la vocazione al sacerdozio. Entra in seminario a 18 anni e ne esce sacerdote nel 1916, sul filo dei suoi 29 anni, a prezzo di quali fatiche e difficoltà negli studi è facile immaginare, avendo come collega di seminario e di ordinazione don Giuseppe Beltrami, il futuro cardinale.

La prima tappa del suo ministero è nella parrocchia fossanese di S. Antonio, dove si ferma un paio d’anni: giusto un po’ di tirocinio prima di essere nominato direttore dell’oratorio San Luigi di cui diventa l’anima e che accompagna verso il periodo del suo massimo fulgore, iniziando a ricostruire la coscienza, il morale e la spiritualità di una generazione di giovani appena rientrata dal fronte e disorientata dalle traversie che ogni guerra porta con sé. “Sotto la sua direzione”, ricordava cinquant’anni fa don Giorgio Canale, “l’Oratorio (in tempi in cui la gioventù non aveva ancora le mille distrazioni e possibilità di oggi) ebbe periodi fiorentissimi, frequentato da centinaia di giovani, con una ricchezza di vita e di iniziative religiose, culturali, sportive, con i doposcuola, la filodrammatica, la Forte e Sani, la banda musicale”. Sono incredibili la tenacia e la forza di volontà di questo prete, che investe in fantasia e soprattutto in generosità per mantenere viva, attuale, al passo con i tempi un’attività che, molto prima di essere semplicemente di intrattenimento e di svago, è innanzitutto educativa e formativa. Un ex oratoriano, il Padre Giuseppe Mina, nel 1966 (cioè dopo quarant’anni) ricordava ancora “quando ci predicava al San Giovanni le ore di adorazione notturne e i ritiri mensili e ci additava con semplicità le vie della vita”.

Nel 1942, cioè negli anni bui di un’altra guerra, lo mandano al “borg di cussot”, a ereditare da don Costanzo Ravera la rettoria di San Bernardo. È, questa, una “dipendenza” della Cattedrale, piena di vita, in continua espansione, caratterizzata dalla coltivazione degli ortaggi (di qui il riferimento ai “cussot “, cioè gli zucchini, di cui dovevano essere particolarmente ricchi gli orti su cui reggeva l’economia di un borgo prettamente agricolo). Portandosi dietro la fama, acquisita sul campo, di “prete dei giovani”, comincia con entusiasmo a lavorare in un ambiente giovanile effervescente e variegato, anche se il suo è un borgo che resta ferito dalla guerra forse più che altre zone della città, anche per la vicinanza con la stazione ferroviaria, diventata ben presto obiettivo privilegiato dei bombardamenti alleati. La sacrestia è colpita da uno di questi ordigni, che lesiona anche un’abitazione poco distante e seppellisce tra le macerie il sacrestano. Don Costamagna, appena passata la bufera, si concentra sul consolidamento e sulla rivitalizzazione della vita religiosa di quella porzione di Chiesa, che ha tutte le caratteristiche di una parrocchia anche se tale non è: ricostruisce quello che la guerra ha distrutto, erige la canonica, edifica l’asilo per la cui gestione chiama le suore Giuseppine. E intanto lavora, sogna e prega che la sua rettoria si trasformi in parrocchia. Tuttavia, anche a lui, come al Mosè di biblica memoria che non mette piede nella terra promessa, non è concesso di essere primo parroco della chiesa che ha retto per vent’anni. La data di erezione porta infatti la data del 25 ottobre 1962, cioè alcuni mesi dopo la sua rinuncia, e in essa è insediato don Antonio Grasso senior (altro prete dei poveri, talmente amato anche dai giovani che, per evitarne il trasferimento dalla Cattedrale, avevano addirittura proclamato uno “sciopero” in piena regola) che gli era succeduto poco prima nella rettoria.

Su don Costamagna comincia a farsi sentire il peso degli anni, anche se incredibilmente lo accompagna uno spirito giovanile, brioso e ottimista, forse eredità dei suoi anni migliori e delle sue frequentazioni con il mondo dei giovani. Però, testimoniava don Canale, “se per alcuni lustri fu il prete dei giovani, per tutta la vita fu il prete della carità, quella segreta, spirituale e materiale, nota a Dio solo (quante famiglie visitate, confortate, soccorse!) e quella organizzata, di cui fu animatore zelante e capace creando una schiera di collaboratori”: è stato infatti primo presidente della P.O.A. (Pontificia Opera di Assistenza), Direttore delle Opere missionarie, per qualche anno Rettore dell’ex Ospizio di carità, assistente delle San Vincenzo cittadine. Forse è anche per questo che nel 1964 lo fanno Monsignore (era già canonico dal 1929): Salmour lo festeggia per questa nomina, ma per tutti continua ad essere, semplicemente, il don Costamagna di sempre, il prete della carità, che a marzo 1966 celebra la sua “Messa d’Oro” circondato dai suoi ex oratoriani, che notano in lui qualcosa che ad essi ricorda il da poco defunto e già venerato Giovanni XXIII. Don Costamagna si spegne silenziosamente nella notte del 13 ottobre 1967 e, scrive il cardinal Pellegrino, “l’esempio luminoso della sua dedizione al servizio della Chiesa, specialmente nelle opere di carità, rimane come motivo di edificazione e incitamento alla santità e allo zelo sacerdotale”. Perché, come qualcuno efficacemente ha scritto sul suo ricordino funebre, “era un prete, solo un prete, dal cuore buono e semplice, zelante fino all’entusiasmo, che fece della carità e dell’apostolato tra i giovani l’ideale della sua vita”.