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Il “Frassati” di Villafalletto (1ª parte)

Giovanni marengo, originario di Villafalletto

“L’Azione cattolica ha dei figli che le fanno veramente onore”, dicono davanti alla sua bara ed è il miglior complimento che possano fare a questo ragazzo, che della sua fede non ha mai fatto mistero e che sempre ha considerato un vanto fregiarsi di quel distintivo e di quella tessera. “Era giovane formato, di una profonda vita interiore che si traduceva in un vivo senso di apostolato”, testimonia don Giorgio Canale, che di giovani si intende, avvicinandone centinaia nella sua veste di assistente diocesano. Giovanni Marengo è di Villafalletto, con una famiglia contadina alle spalle che gli ha trasmesso fede viva e princìpi solidi. La cugina Angela, senza tentennamenti, affermava che fu l’accompagnamento spirituale di don Stefano Gerbaudo, negli anni in cui fu curato a Villafalletto, a mettere le ali alla sua spiritualità e a forgiare il suo impegno cristiano, perché nel 1935 (anno in cui il Servo di Dio arriva in questa parrocchia, in sostituzione di don Mana) il ragazzo ha già 15 anni ed ha davanti a sé altri quattro anni (fino al 1939, quando cioè il sacerdote viene chiamato in seminario) per beneficiare della sua direzione spirituale, praticamente tutta l’adolescenza. È un aspirante che per “la compostezza e la serietà con cui osservava il regolamento incuteva soggezione”, come ricorda il levaldigese Nale Tallone, che lo conosce proprio a metà degli anni Trenta durante gli esercizi spirituali a Cussanio. Anzi, da acuto osservatore qual è, non gli sfugge che Giovanni “sembrava un piccolo assistente” perché “facilmente aveva l’obbedienza dei compagni, quando per qualche scherzo, come al solito avviene tra i ragazzi, si violava il silenzio e la pace degli Esercizi”.

È probabilmente la medesima impressione che hanno di lui a Villafalletto, perché ben presto diventa delegato degli Aspiranti e segretario dell’associazione giovanile di Ac “Domenico Savio”, collaboratore assiduo del prevosto, con una vita spirituale intensa che si traduce nella comunione, possibilmente quotidiana, e nella confessione settimanale: abitudini che conserva anche nella vita militare, quando viene arruolato tra gli artiglieri e dislocato a Tenda in attesa di nuova destinazione. Qui ritrova Nale Tallone e fa squadra anche con altri giovani di Azione cattolica, con l’obiettivo di sostenersi a vicenda nel restar fedeli agli impegni di preghiera quotidiani e per trascorrere insieme la loro “libera uscita”. Il commilitone Augusto Carrer ricorda che “il suo lettino militare era contrassegnato dall’ordine, dalla pulizia impeccabile e da un bel quadretto mariano su cui aveva scritto: Benedici o Signore quanti riposarono, riposano e riposeranno in questa branda”. Non ostenta la sua religiosità, ma neppure la nasconde se per caso lo sorprendano inginocchiato vicino alla brandina per le sue devozioni del mattino e della sera. Anche perché per i colleghi si fa in quattro, fino al punto di non reclamare quando gli occupano la brandina per giocare ed egli, per potersi coricare, deve aspettare i loro comodi. O anche, prestandosi ad aiutare gli altri a sbrigar le loro incombenze dopo aver terminato le proprie, offrendosi addirittura di sostituirsi ad essi per consentir loro di godere della libera uscita. Un ragazzo d’oro, insomma, che con la sua sola presenza riesce a far moderare il linguaggio dei più sboccati e, magari, gettare anche una parola buona o un buon suggerimento, come gli è richiesto dal suo dovere di apostolato che l’Azione cattolica inculca nei suoi aderenti.

Tanta coerenza di vita ed una tal testimonianza di fede non possono certamente essere indolori: “Fu amato da molti e stimato dai suoi superiori, fu però anche deriso dai cattivi e qualche volta io stesso lo incitavo a farsi ragione portando la cosa ai superiori”, testimonia ancora Giovenale Tallone, notando però che queste contrarietà non scalfiscono minimamente il suo impegno cristiano, modellato sullo stile di Frassati. Resta così un giovane dalla schiena diritta, che “si confessava possibilmente ogni settimana, perché temeva che il male che vedeva o sentiva intorno a sé macchiasse anche la sua coscienza”, come ricordava sempre Tallone.  Questo gli permette di mantenersi fedele alla recita quotidiana del rosario e alla prima messa dell’alba, anche se per parteciparvi deve sacrificare il sonno, specialmente quando è di turno alla mensa ufficiali e deve pertanto rientrare in caserma in tempo utile per preparare e servire la colazione. L’arciprete di Tenda don Corengia lo scambia per un cappellano militare, sentendone la voce squillante e sicura unirsi al coro delle solite quattro donne che recitano il rosario in chiesa, la prima sera trascorsa in quel paese. Vuole conoscerlo, facendolo passare nell’attigua canonica e invitandolo poi a ritornare con i suoi commilitoni quando avesse potuto: è così che tra i due si stabilisce un rapporto di reciproca stima e, da parte del sacerdote, quasi di venerazione per “l’anima bella” che si trova di fronte.

(1 - continua)