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L’ufficiale e la spia

L'ufficiale e la spia

Di Roman Polanski; con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois.
Leone d’argento alla 76ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski (ma sarebbe stato di gran lunga meglio conservare il titolo originale “J’accuse”, misteri della distribuzione italiana) è un solido film di impianto classico che affronta uno scottante caso di cronaca giudiziaria di oltre un secolo fa, ma che a dispetto della distanza temporale rispetto agli eventi narrati riesce tuttavia ad avere un fortissimo impatto sul presente. Già, perché a qualsiasi spettatore minimamente attento il film regala suggestioni e suggerimenti importanti e l’architettura di menzogne e depistaggi su cui si regge l’accusa al capitano Dreyfus non può non ricordare recenti e non meno drammatici fatti di cronaca e vicende politiche (francesi, italiane, internazionali…) dai risvolti tutt’ora oscuri e inquietanti.
Ma, andiamo con ordine, siamo nel gennaio 1895 Alfred Dreyfus, un ufficiale dell’esercito francese viene accusato di essere un informatore e collaboratore dei servizi segreti prussiani. Condannato alla “ghigliottina secca”, così veniva definita la detenzione sull’isola del Diavolo nella Guyana francese, Dreyfus sconta il fatto di essere francese ed ebreo in una Francia di fine secolo attraversata da pericolosi rigurgiti di antisemitismo e razzismo. Potrebbe esser un evento di ordinaria mala giustizia e di arroganza del potere facilmente archiviabile, ma caso vuole che il tenente-colonnello Picquart (uno straordinario Jean Dujardin) promosso a capo della Sezione di statistica, ovvero il controspionaggio militare, si accorga di quanto le accuse contro Dreyfus siano fasulle e che il trasferimento di informazioni al nemico non si è ancora arrestato. Chi è la talpa? Chi tra le alte gerarchie militari ha organizzato la copertura? E se Dreyfus fosse innocente?
Spy story, courtroom-movie ma anche, o soprattutto, pamphlet politico, il film ha una sua potenza narrativa indiscutibile nel porre al centro non solo l’uomo Dreyfus ma il tema universale che il caso Dreyfus solleva, l’arroganza del potere e la sua autoreferenzialità, il disprezzo delle regole e della legalità, il fascismo insito nella divisa che per il solo fatto di essere indossata permette a molti (e per fortuna nostra, non a tutti) di sentirsi al di là e al di sopra delle leggi e del comune sentire… e il nostro pensiero si dirige senza indugi al pestaggio e all’assassinio di Stefano Chucchi, ai depistaggi per la strage di piazza Fontana, saranno 50 anni esatti il 12 dicembre e ancora non conosciamo i responsabili, o forse sì, e poi la stazione di Bologna, la strage di Ustica, Peteano, l’Italicus, piazza della Loggia, il G8 di Genova e la caserma di Bolzaneto…
Grazie Roman Polansky per questa pagina di storia e di coscienza civile che ci ha regalato, grazie di cuore.