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La femminista e sua sorella (1ª parte)

Racca Anna Maria e Lucia

Dev’essere una donna tosta, dalla cultura immensa e autodidatta, visto che il suo curriculum scolastico si è fermato alle “complementari” dalle Benedettine. Aiutata però da “una intelligenza acutissima e una sete intensa d’imparare”, si è divorata ed ha immagazzinato una più che rispettabile biblioteca personale. È quanto notano in lei sia padre Agostino Gemelli che Armida Barelli, quando a metà degli Anni Venti la notano tra le partecipanti ad un corso di formazione a Castelnuovo Fogliani, in quel di Piacenza. Lei ha poco più di vent’anni, un desiderio immenso di buttarsi nell’apostolato e in questo ambiente non si trova per niente come un “pesce fuor d’acqua”, anzi proprio dal contesto nasce per lei l’opportunità di partecipare, insieme alla giurista Fanny Dalmazzo, ad un Congresso internazionale in Belgio. È qui che le si aprono orizzonti nuovi sulle attività sociali femminili già sperimentate in Belgio e in Svizzera e le si consente di stabilire i suoi primi contatti con il Bureau international du travail, di Ginevra. Occorre “preparare i quadri, creare nell’Azione Cattolica una scuola di capi o meglio di santi. Il capo e il santo non si improvvisano”, stanno ripetendo in quel periodo i dirigenti nazionali e lei diventa un po’ l’incarnazione di questo cattolicesimo culturalmente preparato ad affrontare le sfide del periodo, anche nel campo dell’emancipazione femminile. È del 1931 il suo saggio su “Fiamma Viva” di Milano, in cui affronta la problematica di Padroncine e domestiche, che ha modo di sviluppare poi, insieme ad altre questioni legate sempre all’ambiente del lavoro femminile, su diverse riviste e pubblicazioni e anche in uno specifico manuale di cui si stampano due edizioni. D’altronde il bruciare le tappe e il non perdere tempo sono sue prerogative, visto che “poco più che bambina” è già tra le fondatrici in Fossano della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.

La sua particolare inclinazione a scrivere e la sua specifica competenza sulla questione femminile non la fa poi soltanto collaboratrice dei periodici d’azione sociale femminile e dei giornali fossanesi: la sua sembra essere una firma ambita anche a livello nazionale e la rintracciamo ancora oggi su “L’Avvenire d’Italia” di Bologna, su “L’Italia” di Milano, poi sul “Popolo Nuovo” diTorino e anche su “L’Osservatore Romano”. Tuttavia, di questa sua intensa attività pubblicistica poco traspare all’esterno, preferendo Anna Maria Racca pudicamente e gelosamente custodirla e rifiutandosi di esibirla a qualsivoglia titolo, così come accuratamente evita di parlare dei suoi rapporti di collaborazione e di amicizia con le onorevoli Cingolani-Guidi e Jervolino, oppure con la consigliera nazionale di Azione Cattolica Giovanna Canuti, apprezzata penna dell’editrice Vita e Pensiero. Solo ora, con la digitalizzazione di molti archivi, comincia ad emergere qualcosa della sua bibliografia, tutta a sfondo sociale e votata all’emancipazione femminile, che è il suo modo di mettere a frutto i talenti ricevuti, per evangelizzare il mondo del lavoro ed affrancarlo dallo sfruttamento di genere. Fioccano riconoscimenti, stima e considerazione dagli ambienti politici e sindacali, come quella volta che le chiedono, all’ultimo minuto, di sostituire nel ruolo di relatore di un convegno il ministro Tupini, e sul palco fa un figurone; oppure quando il ministro Gronchi le commissiona un completo studio sul lavoro delle domestiche, per non parlare poi della sua consulenza prestata alla commissione interparlamentare della montagna.

Le specifiche competenze acquisite non sono soltanto i suoi cavalli di battaglia, ma delineano soprattutto gli ambiti del suo apostolato: la complessa situazione delle domestiche, da inquadrare professionalmente e da giustamente remunerare, fornendo nel contempo princìpi etici che ne irrobustiscano la personalità di fronte a datori di lavoro senza scrupoli, in questo incoraggiata dal sacerdote trevigiano Carlo De Nardi. Con il suo studio sull’impiego della manodopera femminile nell’industria serica riesce a suscitare anche l’interesse e la curiosità del fiorentino Giuseppe Lisio, ideatore e artefice dei più bei damaschi e dei più splendidi broccati, mentre, affrontando il problema della montagna, e in particolar modo della sua demografia, può redigere di suo pugno, con i dati desunti dalle statistiche nazionali del 1936 e dai Bollettini dell’Istituto Centrale di Statistica, un’infinità di grafici e prospetti, cui attingeranno in seguito politici e giornalisti di caratura nazionale.

(1-continua)