L’orfano squattrinato di borgo vecchio – 1

Gambera Don Giovanni

Ci occupiamo questa settimana di Giovanni Tommaso Gambera, parlando di una santità antica (ma non per questo meno ammirabile), sbocciata a Fossano a inizio Settecento. Gli si attribuisce il titolo di “servo di Dio” che non è però da intendersi quale preliminare tappa verso la canonizzazione (visto che il suo nome non compare nell’archivio della Congregazione per le Cause dei santi), quanto piuttosto, e questo è indubitabile, di autentico servitore del buon Dio e, aggiungiamo noi, dei poveri, dato che per questi ultimi si è interamente speso. Per questo profilo ci rifacciamo alla “vita” firmata dal confratello Francesco Andrea Boschis, edita dalla Stamperia Fontana di Torino nel 1765 come ristampa di una prima edizione andata esaurita in un paio di mesi, scritta quindi praticamente all’indomani della morte e ciò depone per la veridicità e l’autenticità delle fonti testimoniali.

Nasce nel Borgo Vecchio il 30 gennaio 1707, figlio del chirurgo Francesco Maria che ha il “vizio” di curare gratuitamente i poveri (che sono la stragrande maggioranza dei suoi clienti) e che, di conseguenza, non solo non riesce ad arricchirsi, ma neppure ad assicurare condizioni di vita dignitose ai suoi cinque figli. Della madre, Anna Eleonora Mombelli, si ricorda soltanto la gran devozione, la frequenza ai Sacramenti e la sua abitudine “a mettere in mezzo discorsi di soda pietà con quelli con cui famigliarmente ragionava”. Sembra che, comunque, ciascun genitore abbia trasmesso al piccolo Giovanni qualcosa delle proprie attitudini e non solo a lui, visto che la storia fossanese di metà Settecento ricorda che un altro figlio, Stefano, dal padre aveva ereditato, insieme alla professione, anche l’abitudine della cura gratuita dei poveri. Papà muore lasciando un sacco di problemi finanziari alla famiglia e c’è chi, ammirato dell’intelligenza di Giovanni che è sui 16 anni, si dichiara disponibile a pagar gli studi di quest’ultimo e farlo diventar notaio. Peccato che Giovanni non si dimostri per niente entusiasta della proposta, perché “troppo grandi sono i pericoli per l'anima in questa professione”, e preferisca affidare il proprio futuro alla Provvidenza. Ha infatti una vita spirituale molto intensa, partecipa tutti i giorni alle pratiche di pietà della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri a quell’epoca molto attiva a Fossano, studia di giorno e anche di notte, visto che c’è chi gli regala botticini d’olio per alimentare la sua lampada. Alla prestigiosa professione notarile preferisce così l’umile incarico di chierico di sacrestia della chiesa di San Giovanni, prestando ogni mattina la sua opera nel preparar le funzioni e servire le varie messe che vi si celebrano, riservando il pomeriggio a seguire le lezioni dai padri Somaschi. Sembra che per lui sia ormai tracciata la strada della vita religiosa, di cui tuttavia non si decide a fare i primi passi.

È il vescovo Baratta, informato delle ottime qualità di quel sacrestano tanto diligente quanto devoto, a fissare nell’arco di pochi giorni sia la Tonsura che l’ammissione agli Ordini Minori. Per proseguire gli studi e arrivare al sacerdozio si arrangia come può, dando ripetizioni e insegnando catechismo ai nobili rampolli Falletti, Provana e Magliano, anzi quest’ultima famiglia si impegna anche a versare la rendita necessaria a costituire il “patrimonio ecclesiastico”, a quei tempi necessario per essere ordinati preti. Per alcuni mesi continua a fare il maestro in casa della nobile famiglia Villa, poi il superiore degli Oratoriani lo destina quale vicecurato della parrocchia S. Eusebio a Torino. Non è un passaggio indolore, tanto che lo stesso fisico di Giovanni ne risente e arriva addirittura in punto di morte: si rivelerà essere né più né meno che un’autentica tentazione, che gli fa apparire carica di meriti la precedente occupazione di insegnante privato in casa dei nobili e tremendamente rischiosa per la sua anima quella di sacerdote in parrocchia. E a giudicare dagli effetti del suo ministero torinese non poteva davvero essere che l’estremo tentativo del “nemico”, che spesso contrasterà il suo sacerdozio, di rendere innocuo don Giovanni, consigliandolo di tornare in patria perché non possa svolgere a Torino un ministero così ricco di frutti spirituali. Anche il vescovo Pensa si metterà in mezzo per cercare di trattenerlo a Fossano e sarà un tira e molla tra i Preti dell’Oratorio e il clero fossanese che se lo contendono, mentre il diretto interessato “se ne stava con somma indifferenza, e quiete di spirito unito alla volontà del Signore”.

(1-continua)