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Un fossanese tra le povertà di Torino – 2

Gambera Don Giovanni

Non è chiaro se lo sceglie assecondando la propria inclinazione naturale, fors’anche in base all’esempio paterno, o se gli viene assegnato in conseguenza dell’indisponibilità dei confratelli, certo è che il ministero torinese di don Giovanni Gambera comincia ad orientarsi verso l’assistenza spirituale di malati e moribondi. Con il freddo e con il caldo, sotto la pioggia o con le strade ghiacciate, inerpicandosi su traballanti scalette in legno a volte mancanti di gradini, spesso ruzzolando rovinosamente anche in conseguenza di una sciatica che lo fa zoppicare e gli rende difficoltosi gli spostamenti, raggiunge soffitte, bugigattoli e sottoscale dove alloggiano i più poveri da assistere e da accompagnare verso il trapasso. Spesso, riporta il suo biografo, “mancando o panca, o seggioletta di paglia, gli abbisognava per confortarli nelle agonie inginocchiarsi sul letame, e lordarsi di brutture, e di fetenti animaletti” e gli capita di “passare le trentacinque notti continue vegliando” i suoi moribondi. Trascorre in confessionale il tempo che gli resta da questo suo caritatevole vagabondare da un malato all’altro. Le testimonianze parlano di intere mattinate, dallo spuntar dell’alba fin quasi a mezzogiorno dedicate in prevalenza ad ascoltar le confessioni di sordi, storpi e mendicanti, cioè quel genere di penitenti che i confratelli di norma trascurano o che accuratamente evitano, terminate le quali può finalmente celebrar la sua messa, naturalmente osservando il digiuno più rigoroso dalla mezzanotte, come si usa all’epoca. Il tempo appena di placare i morsi della fame con qualcosa piluccato dalla mensa del convento e rieccolo per le strade di Torino, da Porta Nuova fino al centro città, in cerca di poveri materiali e spirituali, cercando di salvare “anche solo un’anima” tra le donne di malaffare e di “disfare qualche disonesta tresca”, rimediando il più delle volte bastonate e agguati a fil di spada, da cui si salva non si sa come. Un fiume di miseria gli si avvicina ogni giorno, tra anziani male in arnese, povere vedove con bambini al seguito, intere famiglie prossime allo sfratto.

Con tutti condivide il poco che ha e il tanto che gli viene donato, come un canale attraverso il quale transita una carità spicciola, fatta di micche di pane che i poveri possono ritirare gratuitamente dal panettiere di Porta Nuova dietro presentazione di speciali “buoni spesa” che si è inventato anche per salvaguardare la loro dignità. Ben può dire il biografo che don Giovanni “non avea cosa sua propria, che non la spendesse in uso de' poveri, non denari, che ricavava, dallo stipendio di Vicecurato, e dalle limosine delle sue Messe, non camicie, non fazzoletti, non berrettini di tela, non cappelli, non mantelli, che il tutto distribuiva a poveri”. E non è raro vederlo tornare senza scarpe o senza giacca, perché in mancanza di meglio ha distribuito ai poveri incontrati per strada quel che ha indosso. Riesce a tessere attorno ai suoi poveri una rete di solidarietà che coinvolge medici, negozianti, farmacisti, ricche signore, uomini nobili e gente semplice: di giorno e di notte li va a scomodare per curare un malato, fasciare un ferito, farsi prestare una somma di denaro, avere una medicina, ritirare una pignatta di brodo o di minestra, che poi fa personalmente scaldare al letto dei suoi malati e con cui il più delle volte direttamente li imbocca.  “Non si può spiegare quanto fosse caritatevole, e pieno di viscere misericordiose”, testimonia il suo attento biografo, che racconta come “andava alle loro case, e saliva per iscale disagiate, alte, e talora di ottantadue gradini”e se qualcuno gli raccomanda prudenza, “dicendogli, che correva pericolo di gravemente inciampare”, risponde invariabilmente: "eh via questa è scala di Paradiso”, anche se non raramente doveva incassare anche l’ingratitudine di tanti suoi beneficati, come quel lebbroso, servito con amore per due mesi “benché esso fosse fracido, e puzzolente” e che, non appena guarito, scappa via da Torino senza dir neppure un grazie. Intransigente e sordo ad ogni richiesta di aiuto diventa soltanto verso chi ha la malattia del giuoco: “Nè più allora dava pane, nè vesti, perchè sapeva, che queste cose da loro si vendevano per tirarne danaro, e gittarlo al giuoco”.

(2-continua)