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Il “santo nascosto” – 3

Gambera Don Giovanni

La sua carità, intanto, si affina e pian piano assume contorni tenerissimi, che si traducono nella delicatezza di far arrivare di notte pane, vino e legna nelle case di chi si vergogna di far vedere che vive di carità; di procurare gli arnesi del lavoro ad operai ed artigiani per aiutarli a raggiungere la loro autosufficienza; di aiutare famiglie sotto sfratto nel più assoluto anonimato e di far allattare i bimbi senza mamma da donne generose; di creare un rifugio per donne e ragazze sole per sottrarle allo sfruttamento e ai pericoli della strada.  Il tutto fatto con apertura di mente e di cuore, andando ben oltre i confini della sua parrocchia e guardando solamente allo stato di necessità, il che purtroppo è virtù rarissima, dicono gli storici.  Una vita così “mangiata” dai poveri al punto da trascurare se stesso, la continua penitenza, il pochissimo tempo, mai più di tre ore a notte, dedicato al sonno, i frequenti digiuni, i pasti spesso ridotti a “due oncie di pane” e quelli completamente saltati per correre appresso ai poveri ed assistere i malati, finiscono per minare irrimediabilmente la salute di don Giovanni Gambera, già soggetta a cedimenti e misteriosi malanni che alcune volte lo avevano portato in punto di morte. Da 28 anni, ormai, sta lavorando nella parrocchia di S.Eusebio “essendo sempre prontissimo a vivere laboriosamente, e morire dolorosamente”,com’è solito dire per significare il suo completo abbandono alla volontà di Dio, qualunque essa sia.

Dai primi di aprile del 1763 sembra avvertire chiaramente che la vita gli sta fuggendo di mano, come dimostrano numerose testimonianze raccolte dal biografo, che raccontano delle persone salutate, dei benefattori ringraziati e delle raccomandazioni fatte a chi normalmente a lui si rivolge, che sembrano altrettanti addii che vuol lasciare dietro di sé. Il 19 aprile è costretto a rivolgersi all’infermeria della Casa, lamentando tosse e notevoli difficoltà respiratorie con sbocchi di sangue. L’infermiere di turno è lo stesso biografo Boschis, che immediatamente fa chiamare il medico, il quale a sua volta chiede un consulto ad un esimio collega. Le condizioni di don Gambera, intanto, peggiorano a vista d’occhio, mentre la sua continua preoccupazione è per i suoi poveri, raccomandando a chi era solito accompagnarlo in queste missioni di carità le varie provviste da fare, perché nessuno in quei giorni resti senza alimenti. Attorno al suo letto è un continuo alternarsi di confratelli, di bisognosi, di suoi penitenti e soprattutto di quei suoi più stretti collaboratori con i quali ha tessuto la fittissima rete di carità che ha cercato di rispondere ai bisogni più urgenti della città. Entra in agonia il sabato mattina 23 aprile e cessa di vivere al tramonto di quello stesso giorno, a 56 anni.

Attorno alla sua salma esposta in chiesa inizia subito la ressa dei poveri e dei diseredati torinesi, che fanno a gara nell’accaparrarsi qualcosa da conservare some suo ricordo, arrivando a tagliuzzare il suo vestito, tagliargli i capelli, schiodare per tre volte la bara e, se i confratelli non vigilassero, addirittura a troncargli un braccio, anche perché il suo corpo si è conservato flessibile e non va incontro al consueto rigormortis e così viene seppellito. Tale si rivela essere ancora quindici giorni dopo la morte, quando si decide di aprire la bara e di ricavare il calco in cera del suo volto per farne un ritratto il più fedele possibile (la cui riproduzione è pubblicata qui a lato) e addirittura il successivo 14 dicembre, quando si accorgono che sul suo corpo ancora non è iniziato il processo di decomposizione. Intanto, per venire incontro alle richieste dei devoti è necessario svuotare la sua cella e distribuire come preziosa reliquia tutto quanto a lui appartenuto o da lui usato, dai vestiti agli occhiali, dalle immaginette ai libretti. Si parla di lui come del “santonascosto” e il biografo accenna agli effetti salutari, e nell'anima, e nel corpo, che testimoniano quanti continuano a raccomandarsi alla sua intercessione, sia a Torino e sia a Fossano. Gli oltre 250 anni trascorsi hanno sicuramente sepolto nell’oblio la devozione e gli esempi di questo fossanese d’altri tempi, ma a noi che l’abbiamo riscoperto piace lasciare ai nostri venticinque lettori il consiglio che don Giovanni rivolgeva ai suoi contemporanei e che diceva di aver egli stesso imparato da sant’Ignazio di Lojola: “nel maneggio degli affari, conviene fare tutto quello che è in mano nostra, come se non vi fosse l'aiuto di Dio, e poi in Lui totalmente riposare, come se a Lui solo appartenesse il dare un buon fine e riuscimento all'opera che voleva compiersi”.

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