Crf-H1-M-728x90 OK

Gli anni ruggenti di Carletto (1ª parte)

Carlo Palestrino sulla cima della Maledia (settembre 1954)
Carlo Palestrino sulla cima della Maledia (settembre 1954)

“Avete dimenticato di raccontare quello che don Costamagna organizzava al termine della guerra per i giovani che tornavano dal fronte…”. La “tirata di orecchi” (per la verità molto amabile, addirittura piacevole perché se non altro lascia presumere che, qualcuno almeno, legga questo amarcordsettimanale) arriva da un amico con la memoria ultranovantenne e perennemente fresca, e si riferisce ad un’autentica finezza di carità scaturita dal gran cuore del canonico Costamagna, non a caso ribattezzato “prete dei giovani e della carità”. L’idea, semplice in sé, per la quale tuttavia occorre la fantasia e la sollecitudine di un padre, consiste nel garantire l’accoglienza per chi torna dalla guerra e si concretizza in una rigorosa ed organizzatissima turnazione, nella quale sono mobilitati i soci di Azione Cattolica: “dal primo all’ultimo treno - ricordano -, c’erano sempre uno o due giovani o adulti alla stazione di Fossano che attendevano l’arrivo dei prigionieri dai vari fronti o campi di lavoro; era un servizio impegnativo: dal primo treno alle 4 di mattino all’ultimo delle 23,30!”. Dopo la sorpresa del bentornato, un’altra delicatezza nella vicina chiesa di San Bernardo, di cui don Costamagna è rettore: “Nella parte in cui la chiesa è stata ampliata, verso la passerella, dove adesso c’è l’organo tanto per intenderci, c’era una saletta e una cucina. Qui si preparava qualcosa per rifocillare il nuovo arrivato”. Poi lo si accompagnava a casa, potendo contare “sulla disponibilità di due furgoni o camioncini del negoziante di tessuti Sorello o del commerciante di acqua gassata Rottondo, della doma di Bibi Regis o a mal partito anche solo di una bicicletta”.

A fianco di don Costamagna, nel ruolo di efficientissimo organizzatore, il poliedrico e onnipresente Carlo Palestrino, per tutti “Carletto”, che se non fossanese di nascita (in quanto originario dell’Aquila, dov’è nato nel 1914) lo è stato certamente di adozione, per essersi qui trasferito fin dalla prima infanzia. Con il suo contagioso entusiasmo da carismatico trascinatore non ha difficoltà a radicarsi nel tessuto sociale ed ecclesiale di Fossano. I pochi suoi contemporanei superstiti che han avuto la fortuna di lavorare al suo fianco ricordano che “aveva il carisma di vedere lontano e tante altre sue buone qualità messe insieme hanno fatto di lui un mito”. Parlare di Carletto, ce ne rendiamo conto, richiederebbe più spazio, maggior documentazione, ulteriori testimonianze, in mancanza delle quali altro non si può fare che limitarsi ad alcune brevi pennellate, cominciando proprio dal ruolo da lui svolto in Azione Cattolica, di cui se per qualche tempo fu presidente cittadino, certamente sempre fu una colonna portante. Durante la guerra è lui a mantenere i contatti con i soci al fronte, comunicando le iniziative portate avanti in quegli anni di guerra dall’associazione. Così facendo riesce a mantener vivo il rapporto con amici e fratelli di fede, oltre a incoraggiarli, sostenerli, aiutarli a comunque conservare un legame con la città e con la diocesi. Non si tratta di circolari fatti in serie, ma di lettere personalizzate, della cui redazione sono incaricati i soci più giovani non ancora di leva.

Perché Carletto, visto che non può arrivare a tutto, ha tra i suoi pregi la volontà di coinvolgere, la capacità di organizzare e l’umiltà di farsi aiutare. Anche perché davvero sovrabbonda di impegni, soprattutto durante la Resistenza, come fiancheggiatore del capitano Cosa e sostenitore, ovviamente occulto, dei partigiani, ai quali recapita pizzini e trasmette informazioni tattiche, sempre abilmente destreggiandosi tra questa attività clandestina e il suo ruolo ufficiale di commissario prefettizio a Sant’Albano, pronto in ogni caso a esporsi in prima persona e ad affrontare a muso duro il gerarca di turno, quando c’è da strappare qualcuno dalle grinfie dei nazifascisti.  “In questi casi - ricordano i testimoni -, si faceva sempre accompagnare da uno dei suoi giovani di AC non ancora di leva, con l’ordine tassativo, nel caso fosse stato egli stesso arrestato, di comunicarlo immediatamente al parroco di S. Albano don Ravina”. Non è certo un caso che in quei mesi tantissimi giovani fossanesi risultassero dipendenti del comune di S. Albano: era il suo stratagemma per evitare il loro arruolamento e, magari, una fine tragica. “Così al mattino, nella sede Ac di via Garibaldi c’era un insolito andirivieni di sorelle, fratelli e mamme per ottenere una sua firma sui fogli salvacondotto che avrebbero evitato a quei giovani di presentarsi alla leva fascista”.

(1-continua)

Dimar La Fedeltà istituzionale 728x90