È tempo di far sentire una voce, tante voci

Ero piccolina, quindi sono passati di sicuro moltissimi anni. In uno dei suoi memorabili sketch – un monologo ambientato in una fumosa sala da biliardo – Gino Bramieri si proclamava europeista convinto. Poi, tra una steccata e una smorfia, cominciava ad eliminare dalla “sua” Europa questo e quel popolo, poi i meridionali, gli inquilini del piano di sotto… per riconoscere degni europei, alla fine, solo se stesso e la propria esimia consorte.
Si rideva, allora di quella gag un po’ surreale. Una gag che, tristemente, tratteggia in pieno ciò che stiamo diventando, ciò che siamo diventati.
Non so quali volti si nascondano dietro le svastiche, le frasi naziste che compaiono sempre più spesso ad imbrattare le pietre d’inciampo che abbiamo disseminato per conservare la consapevolezza di quanto sono costati, il fascismo ed il nazismo, all’Europa e al mondo intero.
Eppure questo, come tanti altri più o meno aberranti segnali di odio non più latente, richiedono in maniera ormai impellente a tutti noi di dire chiaramente da che parte stiamo, e perché.
Perché è una specie di delirio di onnipotenza, il pensiero che staremmo meglio se la gente intorno a noi fosse in tutto e per tutto uguale a noi. Lo stesso colore della pelle, la stessa religione, la stessa lingua, e poi lo stesso tifo sportivo, la stessa musica, le stesse abitudini… insomma, tutti iscritti al medesimo fan club, il "mio" fan club. Alla fine, come profetava Bramieri, solo io conto, ha diritto di esistere solo chi serve alla mia vita, o comunque non mi disturba.
In un’epoca di revisionismi, di terrapiattismi, di complottismi di ogni genere, e dei «questo lo dice lei!» amplificati a dismisura dai social media, neppure le scienze, l’antropologia, la psicologia ci bastano per ricordare che solo nella differenza, nella presa di coscienza dei propri confini e dei propri limiti, si cresce, si può evitare di rimanere eterni bambini schiacciati dall’ingombro di un io onnipotente ed assoluto.
Noi cristiani dovremmo avere una carta in più per non cadere in questa trappola, noi che crediamo che Uno solo è Onnipotente e che tutti siamo creature, cui Dio stesso ha comandato di crescere e moltiplicarsi, non certo di clonarsi in milioni di copie dello stesso esemplare. Invece rischiamo di rimanere muti di fronte alle sempre più frequenti notizie di muri e steccati, di confini eretti tra “noi” e “loro”, di un “prima noi” che sempre più restringe e rende asfittica la quotidiana convivenza.
È tempo di far sentire una voce, tante voci, contro questa ricerca spasmodica di identità, che non è altro che un terribile e inutile tentativo di difenderci dalla nostra più grande paura, la paura della solitudine che, inevitabilmente, è compagna di vita di chi si pensa e si costruisce “numero primo”.

Maria Paola Longo