Il vangelo della domenica: dare corpo alle relazioni

Il vangelo della 2ª domenica di Quaresima

Crocifisso

Nei periodi cupi, quando le insicurezze e le paure attanagliano, parlare di fiducia sembra sia fiato sprecato. Nei momenti ostili, dove tutto gioca a tuo sfavore, parlare di futuro appare quasi una presa in giro. Nell’evolversi delle relazioni, appena la delusione fa capolino, parlare di tenacia suona poco intonato. Trovandoci in situazioni del genere, se da una parte è necessario ci sia qualcuno che inviti a non perdere la fiducia, a credere nel futuro e mettere tenacia, e che motivi il suo argomentare con soggetto, predicato e complementi vari, è altrettanto vero che per non soccombere ai giorni difficili, le parole diventano efficaci solo se, in precedenza, avevano avuto “un corpo”. Come possono infatti le parole della mamma rasserenare il bimbo che piange perché ha fatto un brutto sogno, se prima la sua voce non aveva “vestito i panni” dell’abbraccio, della carezza e del bacio? Come è possibile a due amici superare un litigio, parlandosi a prescindere dai tanti “corpo a corpo” vissuti fino a quel momento? Come possono un’omelia oppure una riflessione, raccordare Vangelo e vita vissuta se quelle parole non hanno “alle spalle” tratti di vita condivisa tra chi le pronuncia e chi le ascolta? Chi è figlio, chi ha amici o chi ha conosciuto maestri di vita e di fede, può testimoniarlo: le stesse parole, risultate poi determinanti, fossero state pronunciate da altri, non avrebbero sortito in lui gli stessi effetti.

Nel brano di Vangelo (di oggi, domenica 8 marzo), trovandosi nel mezzo tra il primo e il secondo annuncio della Sua passione e morte, Gesù sembra riprendere queste dinamiche. Sembra cioè voler “dare corpo” alla fiducia che depone nel Padre dei cieli, e al legame che intrattiene coi discepoli, per non cedere, lui e gli altri, nell’ora della prova. È deciso a farlo, perché “prende” e “conduce in disparte” Pietro, Giacomo e Giovanni, e in vista della crocifissione del Suo Corpo, mostra agli amici la Trasfigurazione di quello stesso Corpo perché, quando il dolore toglierà le parole di bocca a tutti, almeno loro possano parlare. Così facendo, in vista della notte del Getsemani, Gesù vuole che i suoi amici attingano le risorse non solo dal cammino per le strade di Galilea, ma anche dalla sosta nell’altura; vuole che ascoltino non solo le parole dette nei villaggi di Palestina, ma anche la voce dalla nube; vuole che lo vedano vestito non solo di una tunica, ma anche di vesti candide come la luce. È un passo dal di dentro quello che Gesù chiede agli amici, non prima però che “il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”, cioè solamente dopo aver dato corpo alla loro relazione, nella condivisione del pane spezzato e del vino versato, potranno raccontare questo giorno. Perché questo mandato? Forse perché al di fuori di un autentico legame, l’annuncio della Resurrezione rischia di essere inconsistente. Avranno mantenuto l’impegno? Credo di sì: la fraternità dei corpi che si è generata il mattino di Pasqua, che sta intercettando oggi la nostra vita e che continuerà dopo di noi, ne da testimonianza.

Paolo TASSINARI