La corsa di “trottolino” sulla strada della santità (3ª parte)

La tomba di Suor Imelda nel cortile della Missione di Gostime (Albania)
La tomba di Suor Imelda nel cortile della Missione di Gostime (Albania)

L’altro versante, per cui suor Imelda Sturpino continua a lavorare su stessa, la porta a chiedere di “provare la gioia di dare qualcosa a tutti. La gioia però deve essere santificata. Deve essere accompagnata dalla preghiera e bisogna donare anche affetto e cordialità”, mentre si propone di “non far pesare la mia stanchezza sulla sorella, ma essere leggera per alleggerire la sua… Freschezza, non aria stanca!”. Una chicca, infine, che può suonare come consiglio anche per noi: “chiedo la grazia di accogliere, di desiderare le persone; anche quando sono importune, mai pensarle come intruse e disturbatrici”. Terezinha, una sorella brasiliana che condivide gli ultimi due anni albanesi di Imelda, può così definirla “una persona molto sorridente e gioiosa con tutti”, confidando che “per farmi festa il primo ottobre del 2002 mi ha recitato "La vispa Teresa" con tanto di gesti e salti gioiosi e facendomi gustare tutta la sua gioia e il suo affetto! Eravamo solo noi due, ma quella sera abbiamo molto festeggiato Santa Teresina!!!”. È solo un aneddoto, che però deve essere letto in filigrana con il suo sforzo di “non chiudermi in me stessa” che emerge dai suoi appunti più intimi.

Mentre le consente anche di non tradire la passione per la recita e il teatro che era un po’ una tradizione di famiglia (i centallesi infatti ricordano ancora molto bene, ad esempio, le esibizioni sul palco del fratello Gepe). “Non importa se su questa terra io vedrò i frutti del mio lavoro o no; basta, o Signore, che io lavori veramente per te”, aveva scritto Imelda nel lontano 1963, partendo per la Corea: un atteggiamento eroico di essere umile strumento nella mani di Dio che non è in contrasto con quello che le consorelle definiscono il suo tormento degli ultimi anni: “nel nostro villaggio di Gostime non c’è ancora neppure un cristiano!”. È piuttosto l’ansia di chi, avendo fatto un’esperienza intensa di Dio, si rammarica per coloro cui è preclusa, non avendo ancora avuto la fortuna di incontrare Dio-amore. Nasce forse da questo rammarico quanto troviamo nel suo testamento spirituale: “Offro la mia vita perché la Parola di Dio sia portata a tutti, in particolare ai più poveri, perché questa è la più grande ricchezza”. Terezhina ricorda che la mattina del 21 febbraio 2003 “alle 8:30 l'ho accompagnata fino alla porta. Era contenta e mentre scendeva la scala mi diceva le commissioni che andava a fare al centro di Gostime, così ci siamo salutate...”. Si tratta di uno dei suoi consueti rifornimenti di medicinali per i poveri di cui periodicamente fa provvista nel più vicino centro abitato, ma il viaggio questa volta non è come gli altri: “camminava sul lato sinistro della strada, quando una macchina è arrivata dietro di lei sulla destra: alla guida c’era un ragazzo di 17 anni, senza patente. Per evitare una buca e due ragazze che camminavano sulla strada, l’autista ha perso il controllo della macchina, ha sbandato andando ad investire Imelda. Il colpo è stato molto forte ed ha causato gravi fratture: alla cervicale, alla spina dorsale, alle braccia e alle gambe”. Subito soccorsa e trasportata all’ospedale di Elbasan, a 20 chilometri di distanza, non ce la fa e spira dolcemente, ma “diconoche il suo viso è subito rimasto sereno come lo era quando l’hanno messa nella bara”.

La seppelliscono nel giardino della comunità, a Gostime, proprio là dove ha amato e servito i suoi poveri, rispettando la sua volontà: “Chiedo di essere sepolta, semplicemente, in mezzo ai poveri dove mi troverò, come espressione di offerta e di fedeltà ai poveri”. È un “sì” incondizionato all’Albania e alla sua gente che colpisce ed entusiasma e la fa sentire davvero una di loro. “Suor Imelda ha salvato la vita di tante persone, è stata la nostra dottoressa e la nostra mamma!”, è il commento più diffuso ancora oggi, a 17 anni di distanza, e raccolto da Terezinha, che aggiunge: “Dopo la sua morte è nata la comunità cristiana nel nostro villaggio, abbiamo avuto le prime richieste di battesimi, come conseguenza di tanti impegni di questa nostra sorella nell'evangelizzazione”. Il suo investitore, arrestato subito dopo l’incidente, finisce in carcere e da Centallo mamma Sturpino commenta: “mi rincresce che quel ragazzo è in prigione; è giovane, non voglio che sia rovinato e perda la pace”. Sono le parole di perdono che Padre Gasparino, insieme ad una sorella e un nipote di suor Imelda, portano a Mighen nella sua cella albanese: è il modo migliore per far fiorire la vita dalla morte di una piccola suora, che scriveva: “La missione è avere il cuore in mano. Devo sentire la gioia di servire, buttarmi al servizio del povero e non dargli solo quello di cui ha bisogno, ma dargli il cuore”.

(3-fine)

A chi volesse approfondire consigliamo vivamente: “Imelda sorella dei poveri”, edito dal Centro Missionario De Foucauld (Città dei Ragazzi) di Cuneo