Gli occhi aperti

scusate il disturbo

Quante volte dalle colonne di questo giornale ci è capitato di parlare di speranza. “Non neghiamoci la speranza” è l’appello, l’invito che rivolgiamo a tutti. E che rivolgiamo a noi stessi. Consapevoli che sperare non significa chiudere gli occhi, incrociare le dita e augurarci che tutto finisca magicamente. La speranza richiede un impegno, se no assomiglia al gioco d’azzardo. L’impegno di queste settimane lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto in tutti i modi. Forse tardando. Perché qualche errore lo abbiamo fatto tutti. Nel non dare il giusto peso alla situazione che via via si delineava nella sua drammaticità. Tutti, chi più chi meno, abbiamo sbagliato. Per quella stretta di mano che abbiamo dato comunque perché “cascherà mica il mondo...” o quell’uscita tra amici che “prima che chiudano tutto voglio ancora farmi un aperitivo in compagnia”. Poi ci siamo resi conto (non tutti, non tutti allo stesso modo). Ora il messaggio è chiaro. E non possiamo pensare di avere già fatto abbastanza, di aver “già dato”. L’impegno deve continuare, senza mollare. Anche e soprattutto nel momento in cui qualche primo risultato positivo (o meglio, meno negativo) ci fa intravedere una luce al fondo del tunnel. Non negarci la speranza vuol dire questo. Continuare a tenere gli occhi bene aperti. Come quando si cammina di notte, ma si tengono comunque gli occhi aperti per poter cogliere i primi segnali del giorno che arriva. Certo non potremo dire che tutto è andato bene, non lo possiamo dire ormai da diverse settimane. Qualcuno dice che ne usciremo migliori, più uniti, più consapevoli. Anche questa è una speranza. Ne usciremo sicuramente malconci, con il bisogno di ricominciare su tanti fronti. Una cosa è certa ne usciremo soltanto se ora continuiamo a camminare nella stessa direzione. Insieme.