La valigia dell’essenziale


Invece di pensare a cosa ci ha tolto il Covid-19, proviamo a mettere in fila quello che ci lascia e ci insegna. Abbiamo l’inedita possibilità di rispondere con autenticità a quello che finora era un test da spiaggia: cosa riportiamo in salvo di buono da mettere in valigia? Dov’è l’essenziale da recuperare quando tutto sarà finito?

Abbraccio
Foto Priscilla Du Preez (Unsplash)

Primo giro di boa della quarantena: un mese di sosta in cattività consente di cominciare a pensare a come abbiamo trascorso questo tempo, che ci ha imposto ritmi e pensieri necessariamente diversi. È una tale rivoluzione che, passando frettolosi e timorosi per le vie semideserte, improvvisamente acquistano un significato anche i proverbi zen: se nessuno ne sente il profumo, l’albero fiorito a chi lo dice che è primavera?
Sulla scia della rivoluzione interiore, e in attesa di vedere una luce che per ora è ancora piuttosto flebile, invece di pensare a cosa ci ha tolto il virus, proviamo a mettere in fila quello che ci lascia e ci insegna. Abbiamo l’inedita possibilità di fare davvero quello che di solito è un esercizio di stile, di rispondere con autenticità a quello che finora era un test da spiaggia: cosa riportiamo in salvo di buono da mettere in valigia? Cosa trasportiamo nei giorni che verranno? Dov’è l’essenziale da recuperare quando tutto sarà finito, quando usciremo di nuovo dal confinamento domestico, quando ci sembrerà che persino riprendere il tran tran tanto vituperato in realtà sia la cosa più bella del mondo?
Se ciascuno ha il suo elenco più o meno lungo, dettato dall’esperienza personale, dal carattere, dalla capacità di adattamento alle circostanze, ci possono essere alcuni elementi che fanno parte del bagaglio comune, di quel magazzino di umanità cui tutti attingiamo.
Così, anzitutto, si può dire che recupereremo l’autenticità delle relazioni. L’unico nostro contatto con l’esterno, con amici e parenti lontani, sono stati i social: se prima ci facevano interagire perlopiù con sconosciuti, ora sono il mezzo principale per comunicare, punto. Questo ci ha fatto finalmente comprendere che lo schermo si chiama così perché, appunto, scherma. E hai un bel vederti su skype, zoom, teams o quel che vuoi; messaggiarti con diecimila vocali su whatsapp; pensare che postare la foto dell’aperitivo rigorosamente online sia soddisfacente. Ma non è così. Ciascuno di noi, soprattutto se solo, ringrazia mille e una volta la tecnologia che ci ha concesso di non sentirci ancora più abbandonati nel deserto dell’isolamento. Allo stesso modo, però, abbiamo capito quanto sia fondamentale essere guardati da qualcuno, riconoscerci nello sguardo altrui. Abbiamo passato gli ultimi dieci anni a costruirci esistenze digitali per poi rimpiangere il contatto fisico in dieci giorni.
E poi recupereremo il senso del tempo, dopo settimane in cui si smarrisce la dimensione delle giornate, in un’ordinarietà scandita dalle campane di mezzogiorno che suonano l’Ave Maria e dal bollettino laico della Protezione civile alle sei di sera. Che anno è, che giorno è, cantava Battisti in un profetico “I giardini di marzo”. Aveva provato a spiegarci la tristezza dei giorni tutti uguali, e oggi siamo qui anche noi a cercare i cieli immensi in fondo all’anima, fiumi azzurri e colline.
Recupereremo la capacità di comprendere quanto sia semplice cadere nella trascuratezza, nella mancanza di cura per sé, nella depressione, e guarderemo con meno spocchia coloro cui accade. È un attimo lasciarsi andare nell’apatia del “tanto non mi vede nessuno”, scambiando il venir meno della comune – e non scritta – disciplina sociale da guardaroba, con una licenza di sbraco che ricorda il miglior Fantozzi davanti alla partita.
Recupereremo, c’è da augurarsi, la misura delle parole, dopo averle esaurite e spolpate, inseguendo iperboli di drammaticità crescenti. Ne recupereremo il significato e il peso autentico, non le diremo più con leggerezza, ma le doseremo con timore, nella consapevolezza che si fa presto a sprecarle.
Recupereremo, senz’altro, il valore e la preziosità del lutto: rimosso come disturbante, prima; espunto per decreto, poi. Fino al grande virus quando moriva qualcuno, soprattutto se non proprio nella cerchia più stretta, il pensiero era più che altro di incomodo per l’organizzazione: dovrò andare? Come faccio con il lavoro/la famiglia/le cose da fare? Abbiamo ricevuto una dura lezione sulla morte, arrivata con le bare accatastate senza fiori, portate via con i camion militari, nello strazio di chi può dare l’estremo saluto solo tramite un manifesto funebre. Ritroviamo oggi la necessità di condividere ed elaborare il lutto insieme, del senso profondo, pieno di conforto, dell’accompagnare nell’ultimo viaggio chi ci precede al Cielo.
Recupereremo, infine, la sacralità dei riti: non ci abbandonerà la potenza, non solo evocativa, della benedizione Urbi et Orbi di papa Francesco. Spogliata di tutto, la celebrazione si è fatta piena della solennità dei gesti, della solennità dell’uomo che li compiva. Un essenziale che è tutto, come la vita.
Emanuela Vinai (fonte SIR)