Una “similissima figura” fossanese di san Filippo Neri (1ª parte)

Beato Giovenale Ancina 1

Le tentazioni di un giovane ricco: potremmo chiamare così le varie opportunità che il mondo cinquecentesco offre al fossanese Giovanni Giovenale Ancina. A cominciare dalle soldatesche (prima spagnole e poi francesi) che stazionano in Fossano negli anni della sua adolescenza e che certamente non sono una scuola di moralità. Poi un’interessante proposta di matrimonio da lasciarlo “mezzo attonito”, come egli stesso annota, con una ragazza bella, nobile e virtuosa che per di più (particolare non trascurabile) porterebbe in dote duemila scudi, mentre altri quattromila le si profilano all’orizzonte, perché a tanto ammonterebbe il patrimonio di un di lei fratello piuttosto malandato in salute e di cui presto o tardi la gentil fanciulla sarebbe unica erede. Infine, l’opportunità di far carriera a Roma, con la “raccomandazione” di un cardinale. Si tratta, forse, della tentazione più concreta ed appetibile, sulla quale fantastica e dalla quale spera di “facilmente venir grande e salir, mediante la divina grazia, a tal grado che potrei giovare pur assai ai miei parenti, amici e a chi m’avrà aiutato e soccorso nei miei bisogni”. È invece un “Dies irae”, ascoltato in una chiesa di Savigliano, a riportare alla realtà e a far cambiare rotta al promettente medico ventisettenne (che ha anche conseguito una splendida laurea in Filosofia) e ad orientarlo verso il sacerdozio. La tragica descrizione contenuta nella sequenza, la prospettiva della morte, la considerazione di ciò che veramente vale nella vita in vista del giudizio finale, lo convincono a “stare d’ora innanzi contento al solo esercizio del timor di Dio” e per di più a decidersi “per quanto lo permetteranno le mie forze, di indurre a questo tutti quelli che potrò, affinché per tal modo i cuori umani, di loro natura inclinati al male, si levino a Dio e ai beni del cielo, e staccati da tutte le vanità del mondo, si tengano al sicuro da ogni rovina e soprattutto dalla morte eterna”.

A Roma si trasferisce ugualmente, ma non più per inseguire la tanto agognata raccomandazione che gli permetterebbe soldi e carriera, piuttosto per lasciarsi affascinare da “un certo padre Filippo, stupendo per molti rispetti”, che altri non è che San Filippo Neri, il quale dopo averlo fatto sospirare non poco lo accoglie nella sua congregazione. Diventa sacerdote il 9 maggio 1582, iniziando ad esercitare in Roma il suo ministero, dove tra l’altro si interessa con passione alla fondazione della diocesi di Fossano. Qui si accorgono delle sue eccezionali doti, soprattutto di predicatore, che inducono Cesare Baronio a definirlo “un nuovo San Basilio”, ma notano anche la sua straordinaria capacità a lasciarsi modellare dal fondatore, tanto da diventare, secondo uno dei suoi più autorevoli biografi “similissima figura di S. Filippo, e in certe particolarità la ritrae così bene che nel guardar l’uno ti pare di veder l’altro…”. È per questo che, attingendo alle fonti testimoniali e soprattutto dalle sue lezioni e dallo schema delle sue prediche, per la maggior parte ancora manoscritte, che i biografi arrivano a dire che “pochi uomini avevano in sé una natura così capace di imitare S. Filippo come lui; e pochissimi ne ebbero una volontà del pari ardente. Gli bastarono poco più di cinque anni passati nella Congregazione di Roma, per rendersi un perfetto discepolo del nostro Santo”.

Giovenale accompagna poi San Filippo a Napoli e qui vive i dieci anni più belli del suo sacerdozio: raccoglie frutti insperati di conversioni, le sue prediche sono talmente partecipate che le chiese napoletane non sono sufficienti a contenere tutti coloro che lo vogliono ascoltare. Ritorna a Roma per ordine di San Filippo, ma qui si accorge che sta correndo il grosso “rischio” di diventare vescovo. A “tradirlo” ed a metterlo in luce davanti a Clemente VIII, oltreché la fama di uomo santo e di predicatore affermato, sembra sia proprio una predica che è chiamato a tenere davanti a Papa e cardinali e che egli è costretto ad improvvisare, dato che ha dimenticato a casa gli appunti, frutto di una settimana di intenso lavoro e di ricerca biblica e patristica. Il risultato di quella predica “a sorpresa” è tale che il Papa non può più dimenticarsi di lui, che intanto, mentre prega e fa pregare che non gli capiti la “sventura” di diventare vescovo, abbandona la capitale e si mette a predicare in giro per l’Italia. Rintracciato e proposto per la sede episcopale di Mondovì, sceglie quella di Saluzzo perché più povera e difficile. Sa che qui la fede è minacciata non solo dall’eresia, ma soprattutto dalla scarsa preparazione di un clero, che in fatto di moralità e preparazione teologica lascia molto a desiderare. Sa pure che, in mancanza di adeguate guide spirituali, nel popolo di Dio sta venendo meno il fervore e lo slancio religioso.

(1-continua)