Non capitolare di fronte al precipizio

Il dopo virus: come sarà il domani, cosa porteremo con noi di questa esperienza, come ripartire e da dove.
Chiamata dal direttore a dire la mia, constato che ho le idee piuttosto confuse, inquinate da umori fluttuanti, difficili da afferrare e circoscrivere. Divisa tra disperazione ed euforia, che è proprio il contrario della speranza, mi barcameno in una quotidianità stagnante, fatta di timori e incertezze, preoccupata per chi ci precede e segue negli anni, genitori, nonni, figli, nipoti.
I primi chiusi in casa perché vulnerabili, i secondi chiusi in casa perché untori potenziali. In mezzo tutti gli altri, variamente impegnati a scongiurare il contagio, in cerca di un baricentro che non c’è e se c’è è esso stesso fittizio, camuffato o nascosto dietro nuove disposizioni e mutate contingenze.
L’impressione è di annaspare nel buio, perché chi dovrebbe darci direttive precise procede a tentoni. Per prove ed errori, ipotesi e verifiche sulla pelle di tutti, compresa la loro. Virologi e pseudovirologi, governanti e governati, fiduciosi e diffidenti, obbedienti e trasgressori, divisi e uniti da un minuscolo virus a cui tutto può essere imputato tranne la colpa di essere tale.
Abbiamo toccato con mano quello che in realtà sapevamo benissimo: non siamo noi a dettare le regole alla natura, non siamo noi che teniamo in mano le redini. Siamo impreparati di fronte ai suoi scherzi, ai suoi dispetti, ai suoi salti di specie, soprattutto alle sue vendette. Già, perché la natura si vendica e se si vendica lei è perché noi le abbiamo fatto del male.
E allora cominciamo di qui. Virus o non virus cominciamo a riconciliarci con la natura. Evitiamo di maltrattarla, ferirla, stuprarla. Evitiamo di ignorarla, soprattutto, perché sennò sarà lei a farsi sentire e lo farà alzando la voce.
Allora le dovremo di nuovo dar retta svuotando da un giorno all’altro le nostre città, liberando il suo cielo dai nostri aeroplani, la sua aria dal combustibile delle nostre automobili, impianti di riscaldamento, condizionatori a palla.
Sui pipistrelli non saprei cosa dire ma per loro parlano chiaro gli allevamenti intensivi di qualunque animale.
Mi chiedo se l’isolamento forzato di chi è riuscito a fare di necessità virtù, reimpostando la vita quotidiana nel segno di una ritrovata lentezza e soprattutto sobrietà, non sia già un primo passo in questa direzione, una sana acquisizione a cui non si è più disposti a rinunciare.
E’ una domanda a cui non riesco ancora a rispondere sintonizzata sull’hashtag ‘andrà tutto bene’, ma se così fosse, sia benvenuta la quarantena.
La quale, tra l’altro, ha dato un senso nuovo anche alla rete. Anzi è la rete che si è mostrata nei suoi tanti risvolti.
Inducendo a ricredersi molti ostinati refrattari del web, cominciando dai social, che ci hanno permesso di restare in contatto, a volte anche di guardarci negli occhi, di capire quanto è importante per tutti poter comunicare con i familiari lontani e far loro sapere che siamo vivi e un piatto e un tetto non ce lo nega nessuno, anche se non è sempre vero. Ma quanto è importante: non solo per noi in tempi duri di pandemia.
Non ti salva la pelle, la rete, ma attutisce il colpo di una brutta caduta, e da virtuale palliativo di rapporti reali, alimenta per paradosso la nostalgia del contatto, dell’abbraccio, di un pranzo in famiglia o di una pizza tra amici. Ce lo ricorda quando siamo lontani, forzatamente distanti, un po’ di chilometri o due soli isolati: il distanziamento fisico non significa distanziamento sociale, umano, emotivo.
Chi sostiene che ci siamo alienati, che abbiamo abdicato alla nostra libertà, che ci siamo consegnati al Grande Fratello che ci controlla e ci spia, non è in buona fede. Ma chi è rassegnato a questo stato di cose, fa male altrettanto.
Torneranno tempi migliori. Oppure: torneranno tempi migliori? Chi lo può dire. E soprattutto: come saranno? La pandemia ha spalancato una voragine enorme generando crepe ulteriori in un sistema economico già compromesso. E questo, soprattutto, sarà il problema più grande.
Noi auguriamoci che la rete resista e che venga tessuta in un reciproco scambio tra reale e virtuale, tra i monitor di un pc o di uno smartphone e le scale e i balconi di un condominio, di un quartiere, di una città e non solo.
La presa di coscienza di essere interconnessi, parte di un sistema globale di relazioni e di scambi, è quello che ha fatto sì che ci siano venuti in soccorso delegazioni di medici da Cina, Cuba, Albania e Russia. Dovrebbe bastare a scongiurare che una parte di mondo si accaparri da sola le risorse globali. Ma qui non è più una questione di virus, almeno non di covid19.
Ora si riparte e speriamo senza impennate che si ritorcano contro. Un po’ alla volta, senza strafare, senza ansie da rimonta all’ultimo minuto ché non è una gara di corsa veloce. Lo sforzo, e non sarà poco, è quello di non capitolare di fronte al precipizio, di mantenere alta quella tensione utopica che ci permette di guardare lontano, oltre i paletti di una vita già tracciata, di immaginare e fare progetti, come se tutto fosse ancora possibile.
“L'ultima rivoluzione è quella dell'immaginario -diceva Luis Sepulveda che proprio a causa del covid ci ha lasciato il mese scorso -. Dobbiamo riuscire a immaginare se vogliamo essere cittadini o consumatori”.
Vale per tutti, e con un augurio speciale per gli studenti che hanno perso mesi di scuola e di vita sociale, augurandomi di cuore che non debbano ricominciare a turni alterni. Perché questa sì, sarebbe una grande sconfitta.

Alessandra Bernocco