“Spiazzati dalla pandemia, è tempo di immaginare un futuro diverso”

Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista "Limes" analizza le ricadute economiche e geopolitiche del coronavirus e denuncia “una impreparazione assolutamente ingiustificata" rispetto alla diffusione del virus e dei suoi effetti

Lucio Caracciolo
foto Ansa/SIR

Di fronte al coronavirus si è registrata, a livello globale, “un’impreparazione assolutamente ingiustificata, perché il rischio di pandemia era stato segnalato dalle persone competenti e da molto tempo. Ma non essendo le strutture statali preparate ad affrontare le emergenze ci si è fatti trovare tutti spiazzati”. Lucio Caracciolo, giornalista, accademico, esperto di geopolitica, dirige la rivista “Limes”: in questa intervista (curata dal Sir) affronta i temi dell’attualità, toccandone alcuni aspetti scientifici, politici, socio-economici.
Direttore, lo tsunami del coronavirus sembra aver travolto il globo, mettendo in crisi certezze scientifiche e mediche, sistemi sanitari, economie, persino istituzioni politiche… È così?
Il Paese che è stato all’origine di questa pandemia, la Cina, ha potuto almeno in una prima fase affrontarla più rapidamente perché ha una struttura di tipo semi-militare che in questi casi funziona molto bene. Paesi come il nostro, che mancano delle strutture sanitarie adeguate, in prima battuta hanno dovuto faticare molto di più.
Semmai il caso più clamoroso è che la prima potenza mondiale, cioè gli Stati Uniti, è oggi quella che presenta il maggior numero di vittime, più o meno un terzo del totale globale. Gli Usa hanno avuto tutto il tempo per prepararsi, anche in relazione a quanto stavano affrontando i Paesi colpiti prima dal Covid-19, eppure si sono fatti cogliere completamente impreparati: non hanno fatto tesoro di quello che accadeva nel resto del mondo. Dal punto di vista di Trump tutto ciò era qualcosa di inimmaginabile; il presidente non è mentalmente preparato a cogliere sfide di questo genere e ciò si rivelerà anche un problema per la sua rielezione. Conoscendo poi il sistema sanitario americano, non è esattamente l’ideale per affrontare una crisi pandemica.
L’Italia, il Paese colpito per primo in Europa, ha cercato di dare risposte su diversi piani: ovviamente quello sanitario, poi sociale (aiuti alle famiglie, cassa integrazione, bonus…) ed economico per salvare le imprese. Però le istituzioni sono sembrate procedere senza un necessario e stretto coordinamento…
Credo che la questione delle Regioni sia da affrontare con una certa serietà. Perché la riforma che è stata fatta del titolo V della Costituzione ha creato una notevole confusione e ha generato una quantità di conflitti latenti che poi sono diventati palesi in questa crisi, non solo tra il livello centrale e le Regioni, ma anche tra le stesse Regioni, dimostrando scarsa collaborazione. Penso che un Paese come l’Italia abbia necessità di ripensare il suo assetto istituzionale, anche nel senso di una centralizzazione dei poteri e delle responsabilità. Insomma, se noi facessimo a meno delle Regioni, ci guadagneremmo.
La pandemia non ha forse evidenziato la mancanza di un livello di governance adeguato alle sfide?
Sarebbe strano il contrario. Almeno nelle prime fasi emergenziali, quando si calano le scialuppe di salvataggio, c’è la rissa a chi entra per primo e magari non si rispettano nemmeno le regole di buona educazione. Quello che mi preoccupa è che nella seconda fase, nella quale ci troviamo, non vedo ancora grandi coalizioni. Per esempio, la questione del vaccino viene affrontato a ranghi sparsi, in una competizione non coordinata. Sono curioso di vedere il Paese che lo scoprirà per primo che uso ne farà: se ne farà un uso ecumenico oppure un uso strategico.
L’Europa, colpita duramente, fatica a trovare risposte condivise. Le crisi si susseguono (finanziaria, terroristica, migratoria…), avanzano questioni che vanno ben oltre i confini nazionali (clima, energia, sicurezza, stabilità e pace internazionale): di cosa ha bisogno l’Ue per poter per agire in circostanze come queste?
Così come è strutturata l’Unione europea è un meccanismo di freno, non di cooperazione. Quando qualcuno propone qualche soluzione, c’è un gruppo di Paesi che si mette di mezzo e ne propone un’altra, contraria o alternativa. Lo abbiamo visto anche di recente nella vicenda Merkel-Macron, quando hanno trovato una forma di compromesso e avanzato una proposta per il Recovery Plan, a quel punto si sono levati gli estremisti del nord (Olanda, Danimarca, Austria, Svezia) cercando di bloccare tutto. D’altro canto, i meccanismi europei sono disfunzionali: devono passare dall’approvazione di 27 governi e 27 parlamenti, proprio il contrario di quello che serve per decidere. Ormai a quattro mesi dall’esplodere dell’emergenza stiamo ancora discutendo nell’Ue di questioni “primordiali”, senza giungere a risposte concrete alla crisi economica che avanza, accanto a quella sanitaria. Siamo lasciati a noi stessi oppure a intese fra questo e quel Paese. Le istituzioni comunitarie non sono state messe in grado di fornire una risposta a questa pandemia. Manca anche una unità culturale, vorrei quasi dire antropologica, in Europa, che permetta un’azione politica efficace. L’Europa è oggi un’assemblea degli Stati, abbastanza vociferanti e indisciplinati, i cui governi si regolano in base a quello che i cittadini-elettori vogliono.
Quindi?
Secondo me occorre superare la situazione attuale: gli Stati dovrebbero cercare ulteriori forme di cooperazione selettiva in alcuni campi. Se invece perseguiamo grandi operazioni strategiche non andiamo da nessuna parte, provocando semmai l’effetto opposto: la gente ha infatti identificato nell’Ue più un problema che una risorsa. Lo dicono anche i sondaggi in un Paese normalmente eurofilo come il nostro. Aggiungerei che al suo interno, l’Ue vede rafforzarsi una tendenza disgregativa, manifestata col Brexit. Non ricordo una sola crisi, a cominciare da quella migratoria, in cui si sia sentito un afflato comune. Né si può parlare di una opinione pubblica europea. In definitiva, credo occorra immaginare risposte di tipo diverso.
Paesi e popoli meno fortunati pagheranno ancora una volta il prezzo più alto per questa crisi?
In realtà vedo elementi contrastanti. In Italia sono state colpite le regioni più ricche, negli Stati Uniti New York paga un prezzo altissimo rispetto all’America rurale. Questo è un virus che, per le sue caratteristiche, colpisce le aree più connesse, più sviluppate e globalizzate. Sotto questo profilo l’Africa è – se così possiamo dire – avvantaggiata. Ciò che invece ritengo più grave e preoccupante per l’Africa non è tanto l’aspetto strettamente sanitario (su cui peraltro non avremo mai dei dati precisi), ma l’aspetto economico e sociale. La depressione produttiva e commerciale che investe tutto il mondo colpirà in maniera ancora più decisa l’Africa. Soprattutto in quei Paesi e regioni che vivono di economia informale, economia “di strada”, e dove le protezioni sociali non esistono.
Come ne usciremo? Lei nutre speranze?
Speranze ne ho molte. La prima speranza è che si esca, culturalmente e sotto il profilo della comunicazione, dalla fase più emergenziale ed emozionale, passando a una più razionale, in cui si tengano insieme tutti gli aspetti del dilemma. Finora abbiamo, comprensibilmente, enfatizzato l’aspetto sanitario, con bollettini relativi a contagiati, morti, guariti…
Adesso dobbiamo alzare lo sguardo e immaginare, con un po’ di fantasia, forme che ci permettano di vivere socialmente un po’ meglio di quanto abbiamo dovuto fare in questi mesi, di recuperare un minimo di socialità, di scambio, cominciando ad esempio a riaprire le scuole – non vedo perché si debbano aprire i ristoranti prima delle scuole – e definendo, da un punto di vista economico, investimenti pubblici infrastrutturali, anche di carattere fortemente mobilitante e simbolico, che possano dare il senso di un progetto per il futuro. Un progetto che esalti quel grado di comunità che abbiamo dimostrato durante questi mesi.

Gianni Borsa (Sir)