Don Fiorenzo, un piede a Fossano, l’altro in paradiso (3ª parte)

Roggia Don Fiorenzo

Don Fiorenzo Roggia, che ne avrebbe da vendere delle sue mansioni come direttore dell’oratorio, aiuto prefetto e confessore nella casa salesiana, tracima di ardore pastorale come un fiume in piena, mettendosi a disposizione “con tanta generosità per aiutare la parrocchia nella visita agli anziani e agli ammalati per portare loro l’Eucaristia e per donare un po’ di conforto con la sua presenza e con il suo ottimismo”. È soprattutto come ministro di riconciliazione che però è fortemente richiesto, perché come tutti gli uomini di Dio ha la capacità di illuminare e scrutare le coscienze. Così, ricordano i confratelli, “quando la sua presenza di confessore era richiesta anche in parrocchia, e questo capitava molto spesso, quasi tutti i giorni, lui prendeva la sua bici, vi si arrampicava come meglio poteva e… sembrava che questa conoscesse già la strada da fare e che lo portasse da sola, sospinta unicamente dal suo desiderio di servire gli uomini nella riconciliazione con il Padre”. Neppure una semiparesi riesce a fermarlo, malgrado lo lasci claudicante e lo riduca ad aver bisogno della canna; il suo piccolo fisico si incurva sempre più, le gambe si fanno traballanti ed incerte, soltanto si mantengono perennemente giovani il suo spirito e la sua voglia di servire.

A Fossano si ricorda anche con riconoscenza il servizio da lui prestato, “con fedeltà, determinazione e tanta carità, senza mai preoccuparsi neppure per la nebbia o per la neve della notte”,nelle Comunità Neocatecumenali, nate negli anni Settanta nella parrocchia di San Bernardo per iniziativa del parroco don Raffaele Volta e di qui gradatamente estesesi in molte parrocchie del cuneese. Così don Fiorenzo si trasforma in predicatore itinerante, prima spostandosi in bicicletta e poi adattandosi ad accettare, per ubbidienza ai superiori, passaggi in auto. “Una sera, in cui nevicava abbondantemente, avevamo un appuntamento in una parrocchia di Bra e un fuoristrada ci speronò mandandoci in testa-coda, per fortuna senza danni fisici a nessuno. Davanti a carabinieri e vigili del fuoco don Roggia si dimostrava più preoccupato per le persone che ci stavano aspettando che della sua salute e non accettò di andare in ospedale per un controllo, anche perché aveva una paura matta che i superiori non lo lasciassero più uscire di sera”. Lo ricordano “sempre pacato ma molto fermo, non ci faceva mancare neppure l’arguzia misurata e serena che lo caratterizzava”. E se ad un certo punto arriva a predicare con difficoltà, “questa sua menomazione finì per rendere molto attente le persone che lo ascoltavano: sentivano che lo Spirito parlava in lui. La sua sola presenza era già una catechesi efficace e credibile”.

Chi ci vuole spiegare che don Roggia ha un ottimismo al limite della spudoratezza malgrado la salute vacillante, ci racconta che “a chi gli chiedeva «don Fiorenzo come va?» la risposta, detta con forza ed entusiasmo, era sempre la medesima: «più bene che male!»”. Questo ottimismo gli permette di continuare ad intercettare i giovani nel più salesiano ambiente che ci sia, cioè il cortile: “Dove c’era una nuvola di ragazzi intenti nel gioco non poteva mancare la sua presenza: in piedi, in un angolo del cortile, anche se malfermo sulle gambe, attorniato da giovani, discuteva ma con occhio vigile era sempre attento a tutto ciò che capitava attorno a lui e con amore era solito incontrarsi poi con i singoli giovani per incoraggiarli e lodarli o per richiamarli, a seconda dell’occasione”. Tra l’ammirato e l’incredulo c’è anche chi lo osserva, di norma la domenica sul far della sera, pulire i servizi igienici, rispondendo, a chi gli suggerisce di lasciare l’ingrata incombenza a qualcuno più giovane, “che solo lui ha le mani piccole adatte a far bene quel servizio e quindi è fortunato di poterlo fare”. Arriva per tutti l’ora del “nunc dimittis”, anche per chi sembra non aver tempo di invecchiare; così, nel 1992, è consigliabile il suo trasferimento in Casa don Beltrami, nel torinese.

Dopo Avigliana e Fossano, le “due gemme del suo apostolato”, inizia però a brillare la sua terza “gemma”, forse la più preziosa, perché “nella quiete finale di questa Casa il suo spirito si affina nella spiritualità di una continua unione con Dio, con il breviario sempre aperto, con il suo rosario tra le mani e con un volume della vita di Don Bosco come unico suo modello”. Si trasferisce in paradiso il 14 gennaio 2000, a 91 anni suonati, anzi già sulla soglia dei 92 e chi lo ha avvicinato in quegli anni può testimoniare che “non si lamentava mai, anzi, sapeva infondere coraggio e ottimismo a quanti si avvicinavano a lui per portargli un po’ di conforto e solidarietà”. Non stupisca quindi che un confratello, sempre ponderato e prudente nei suoi giudizi, arrivi a dire che “la sua è stata proprio la testimonianza di un santo, e tanti hanno potuto constatarla ed apprezzarla”. Il che è perfettamente in sintonia con quanto i ragazzi fossanesi, da lui tolti cinquant’anni fa dalla strada per educarli sullo stile di don Bosco e oggi diventati anch’essi genitori e nonni, vanno ripetendo: se è vero (e le Memorie biografiche lo attestano) che don Bosco soggiornò per alcuni giorni a Fossano, essi sono certi che anche di recente vi è tornato, qui fermandosi addirittura per 26 anni: aveva preso le sembianze di don Roggia, ma il cuore no, perché quello che batteva nel petto del piccolo prete era proprio il cuore di don Bosco.

(3-fine)