Padre e figlio rubavano nell’azienda dove lavoravano

Denunciati due cuneesi: accessori per mezzi agricoli e pezzi di ricambio venivano venduti a prezzi ribassati al "mercato nero"

L'operazione

Rubavano accessori per mezzi agricoli e relativi pezzi di ricambio nell’azienda della Granda in cui lavoravano, leader del settore. E vendevano il tutto a prezzi ribassati. Padre e figlio – entrambi italiani residenti a Cuneo, di 58 e 26 anni – sono stati denunciati per “furto aggravato e continuato in concorso”: dopo aver ammesso le loro responsabilità, si trovano agli arresti domiciliari. Il titolare dell’azienda si era rivolto alla Polizia di stato per denunciare ammanchi per 150mila euro. La Terza sezione della Squadra mobile di Cuneo, che si occupa di reati contro il patrimonio, ha avviato le indagini, coordinate dal sostituto procuratore sempre del capoluogo Giulia Colangeli. Gli agenti hanno lavorato al caso dallo scorso marzo, nonostante il periodo anomalo che l’Italia viveva a causa del coronavirus e del lockdown, e sono riusciti, anche attraverso numerosi appostamenti, a individuare i responsabili.

Secondo quanto hanno riferito il dirigente della Squadra mobile Pietro Nen e il questore Emanuele Ricifari, che hanno incontrato la stampa per presentare l’operazione a cui è stato dato il nome “Di padre in figlio”, i due avevano elaborato un modus operandi che sfruttava le loro rispettive posizioni lavorative nell’azienda. Il figlio, magazziniere, sottraeva la merce, mentre il padre, autotrasportatore, la portava ai suoi “clienti” approfittando dei viaggi che effettuava, in varie parti d’Italia, per consegnare il materiale legalmente ordinato all’azienda. Sempre il genitore ha effettuato anche dei viaggi esclusivamente per la consegna di merce rubata; in questo caso si serviva sì della sua auto, ma dopo aver fatto il pieno con gasolio sottratto sempre all’azienda in cui lavorava. A luglio gli agenti hanno scoperto, attraverso una perquisizione, il box in cui padre e figlio nascondevano la merce sottratta e in attesa di essere venduta. Insieme con il materiale presente, il cui valore supera i 200mila euro, sono stati sequestrati dei contanti, considerati “provento dell’attività illecità”. Si calcola che padre e figlio guadagnassero, per ogni consegna, fra i 1.000 e 1.500 euro.