Donna Veronica, da ricca che era (1ª parte)

Angela Veronica Bava

Su di lei sono stati scritti libri e ad essi rimandiamo i lettori interessati, ritenendo i diecimila caratteri di questa rubrica spazio decisamente insufficiente a tratteggiarne compiutamente la complessa carismatica figura. Appena qualche rapida pennellata, quindi, nella speranza servano però ad accendere l’interesse e a stimolare il gusto per un’autentica gemma della santità fossanese. Che intanto, come preziosità di cui si cerca la giusta collocazione che maggiormente ne valorizzi lo splendore, da tre anni a questa parte è tornata con i suoi resti mortali tra le consorelle, con una ulteriore traslazione, la quarta se non andiamo errati, che speriamo possa preludere a quella più onorevole e definitiva “sugli altari”. Di famiglia influente e nobile, con una tradizione di tutto rispetto in campo letterario, militare e giuridico oltre ad un palazzo ancor oggi individuabile nella via omonima, Donna Angela Veronica Bava, nasce a Fossano nel 1591, all’interno della nidiata di nove figli di Sebastiano Bava e Luigia Gatto: lui, signore di Cervere e governatore (tra l’altro) di Avigliana, che lo onorerà con il titolo di “padre del popolo”; lei di nobile famiglia ferrarese. Senza far torto al genitore, spesso assente da casa per ragioni connesse al suo rango e ai suoi pubblici impegni, è senz’altro alla madre che è debitrice della sua formazione cristiana e anche della sua stessa vocazione. Le testimonianze giurate rese durante il processo di beatificazione la dipingono infatti come una mamma “molto divota et data all’opere di pietà, et massime a visitar li infermi et fare ellemosine”. La presenza di questa donna straordinaria viene spesso segnalata nei lazzaretti fossanesi, al giaciglio dei malati incurabili e abbandonati a se stessi, dove lei si reca, dopo essersi spogliata delle sue vesti nobiliari ed aver indossato quelle delle popolane per non dare troppo nell’occhio, pronta a curare, fasciare, pulire o anche solo consolare.

Davanti a simili esempi materni, nei figli non può che crescere la sete di Dio e non è certo un caso che in particolare Veronica, fin da bambina, manifesti apertamente il desiderio di essere monaca, guardando con gli occhi e con il cuore al monastero di Santa Caterina che si trova a poche decine di metri da casa sua, al fondo della strada, cioè dove adesso c’è il carcere. Una vocazione di così totale donazione a Dio deve, per forza di cose, avere alle spalle un “noviziato domestico” nel quale quello canonico si innesta, ma senza il quale ben difficilmente il secondo può concludersi con esito positivo. Ecco allora le testimonianze del processo di beatificazione affermare sotto giuramento che l’appena adolescente Veronica è sempre disponibile verso i nipotini, “anche vegliando buona parte della notte per loro”, come non si tira indietro quando c’è da “cucire, dar l’amido ai collari, rappezzare le loro vesti”. L’ammirano anche perché “voleva spontaneamente servire tutti li ammalati di casa”, mentre a nessuno sfugge che in caso di bisogno corre in aiuto della servitù, accollandosi volentieri le loro mansioni, come “lavar li piatti, scopar la casa et far la cucina”. Bella, ricca, affascinante e anche buona, fa il suo ingresso in società facendosi ammirare e corteggiare durante i ricevimenti organizzati al castello dalla locale nobiltà sabauda. Passa attraverso il lusso e la mondanità, di cui quell’ambiente trasuda, con la semplicità e la delicatezza di una giovanissima donna, che dalla ricchezza si è lasciata appena sfiorare perché ormai tutto ha già da tempo deciso di lasciare “per un più grande Amore”.

A quindici anni e qualche mese entra in clausura, precisamente il 6 agosto 1606, giorno della Trasfigurazione, e proprio perché autentica e ben radicata fin dall’infanzia, la vocazione di Veronica ha l’amara sorpresa di accorgersi che anche al di là della grata non è tutto rose e fiori o, per dirla in termini più “conventuali”, che non sempre i salmi finiscono in gloria. Come in tutti i conventi di questo mondo, infatti, anche al “Santa Caterina” di Fossano, accanto a fulgidi esempi di santità convivono altrettanto numerosi casi di “malmonacate”, cioè di quante hanno varcato questa soglia senza una reale vocazione, ivi sospinte da proprie situazioni di vita o da decisioni dei loro familiari (non dimentichiamo che nel XVI secolo si diffonde dalla Spagna anche in Italia la legge del Maggiorasco, che assegna al figlio primogenito l’intero asse ereditario). E che sia un’usanza radicata e diffusa lo dimostra anche il Concilio di Trento, che condanna apertamente le “vocazioni obbligate”, colpendo addirittura di scomunica chi le abbia indotte. Le “malmonacate” trasferiscono infatti nei conventi i privilegi di cui hanno sempre goduto in casa, il loro tenore di vita, le loro abitudini e le loro ricchezze, con il risultato di snaturare la vita religiosa, annacquare lo spirito di penitenza e di devozione, perpetuare anche al di là della grata il divario con le monache povere, che spesso non hanno neppure di che vivere: una situazione che nell’immaginario collettivo subito si ricollega alla scabrosa vicenda della vera “monaca di Monza”, coeva di Veronica, fatta poi rivivere dal Manzoni nei suoi “Promessi Sposi”. Non è evidentemente questo il caso di Veronica, che fin da bambina ha sempre detto di voler entrare in monastero per “farsi santa”. Ora che il sogno si è tradotto in realtà, tocca a lei raggiungere quel livello di perfezione che si è proposto.

(1-continua)