Donna Veronica, da ricca che era (2ª parte)

Angela Veronica Bava

Fa commuovere, scorrendo la testimonianza della sua Badessa Virginia Catterina Vachieria, sicuramente la più particolareggiata e documentata, scoprire tutti gli sforzi che la già nobildonna Donna Veronica compie, in ossequio alla Regola ma in base soprattutto ad un ascetismo personale, per raggiungere uno stile di vita esigentissimo e mortificato che diventa la sua strada verso la santità. “Vestiva camisie di lana oltre il porto del cilitio, et dormiva di continuo sopra la sola paglia senza linzuoli”, ricorda la badessa, “ricercando le vesti più vili et usate dalle altre monache”, ma anche sulla mortificazione della gola non scherza: se la Regola impone il digiuno al mercoledì e al venerdì, lei digiuna anche al lunedì e al sabato, “insieme con moltissime vigilie fuori di precetto”. Abitualmente non mangia carne e quando lo deve fare perché glielo si impone per obbedienza, si limita a piluccare qualcosa, riservando sempre la parte migliore per i poveri che bussano al monastero. Da questi, in cambio, si fa regalare il pane duro e ammuffito che hanno ricevuto in carità e se lo mangia a tavola, sapendo già a chi regalare la propria razione giornaliera. Ai poveri più malconci lava i piedi e fascia le ferite, arrivando perfino a leccarle (un eccesso, questo, che le perdoniamo di cuore), mentre per se stessa fa uso abbondante di due cilici, della disciplina, di una cintura e di un braccialetto di ferro, come “instromenti delle sue penitenze straordinarie”.

Abituata fin da piccola a “servire tutti li ammalati di casa”, anche in monastero si mette a disposizione delle consorelle malate “con grandissima carità, standoli attorno giorno e notte” e “non abbandonando mai le moribonde sinché erano spirate”, tanto che per convincerla a prendersi qualche ora di meritato riposo deve intervenire la badessa, in virtù di santa obbedienza. Una religiosa così, che vive tutta per Dio e per i fratelli in una tensione continua verso la maggior perfezione possibile, addirittura, come abbiamo visto, anche con qualche eccesso di carità e penitenza davvero poco “igienico”, non può accettare una vita conventuale rilassata e priva di slancio da parte delle “malmonacate” e di quante da queste si lasciano plagiare. In nome di santa parresia (che, scambiata a volte per difetto, è invece preziosissima virtù), si sente così in dovere di richiamare le consorelle ad una vita più austera e fervorosa, non facendosi scrupolo di tirare in ballo anche il vescovo perché dalla vita conventuale siano eliminati determinati abusi. Non è certamente un’operazione indolore, com’è facile immaginare, e con estrema naturalezza ne sopporta tutte le conseguenze, a cominciare dalle cattiverie e dalle ritorsioni di certe consorelle e che lei “riceveva senza una minima alterazione d'animo”.

In monastero cominciano a fiorire grazie speciali, scrupolosamente riferite dalla badessa nella sua deposizione, che prima di tutto sono un “miracolo della carità”, quasi un premio alla sua donazione senza limiti. Così avviene per donna Bianca Speciale, guarita da una piaga al seno ormai in cancrena grazie alle di lei cure; come anche a donna Ippolita Drua per la sua povera gamba sinistra ormai in cancrena, che le impedisce anche di dormire e che guarisce immediatamente dopo un suo semplice tocco, al punto che il chirurgo, chiamato per l’amputazione. non esita a definirlo miracolo, affermando che in monastero deve esserci una gran santa che l’ha ottenuto. È un lungo elenco di malattie guarite, predizioni avverate, miracolose moltiplicazioni di farmaci esauriti, come lo “siroppo rosato” che si riforma nella sua ampolla senza che nessuno l’abbia manipolata o vi abbia aggiunto alcunché. Così la badessa, sempre sotto giuramento, invita i giudici del Tribunale diocesano a direttamente farsi attestare ogni singolo evento prodigioso dai singoli “miracolati”, limitandosi ad affermare che sono molti gli ex voto da questi lasciati, sia in monastero che nella vecchia chiesa del Salice. Evidentemente la fama della “suora santa” si è estesa anche fuori dal monastero e sono molti i fossanesi (e non solo!) che ricorrono alla sua intercessione, mentre lei si indebolisce sempre più, forse anche in conseguenza delle grandi penitenze e della poca alimentazione. Dopo una prima avvisaglia del male a settembre 1636, da cui inspiegabilmente si riprende, nella primavera successiva si rimette a letto per non rialzarsi più, morendo il 14 aprile 1637, a 46 anni neppure compiuti. La salma deve essere esposta in parlatorio per accontentare tutti quelli che vogliono vederla e avere un ricordo della “suora santa”. Ad appena dieci giorni dalla morte, “elevandone” la salma dalla sepoltura comune delle suore al posto “privilegiato in coro, la badessa inoltra al vescovo la richiesta di aprire il processo di beatificazione: grazie particolari ed importanti attribuite alla sua intercessione continuano infatti a verificarsi, come l’istantanea guarigione da cancrena del prevosto di Levaldigi don Frassati, avvenuta nel 1676 durante una delle frequenti traslazioni dei suoi resti, che ora finalmente riposano nella chiesa del monastero SS. Annunziata (nella foto la lapide all'interno della chiesa). Là Donna Angela Veronica Bava deve essere cercata dai fossanesi e da tutti quelli che vogliono attingere ai suoi esempi e invocarne l’intercessione.