Le verdi colline africane di padre Gino (1ª parte)

Eandi Don Luigi

Storcerebbe il naso a vedersi inserito in una rubrica dal titolo così impegnativo. Forse rifiuterebbe addirittura, dato che per un anticonvenzionale di natura, essenziale e asciutto nei discorsi, ostinato e a volte anche brusco nei rapporti, non ci sarebbe insulto peggiore del farsi rappresentare in un “santino” edulcorato. Cercheremo allora di non cadere nel tranello, di non travisarne la figura di missionario “efficacee profondo, anche se ha vissuto poco, non ha fatto molto e ha dato qualche fastidio“, perché in effetti “i vescovi, quando riescono ad avere di questi tipi in missione, recitano il magnificat’ una volta al giorno, anche se talora a starci dietro c’è da farsi venire il fiatone”: sono le parole scritte più di quarant’anni fa da padre Giovanni Bonzanino a proposito del confratello di profonde radici fossanesi, pure lui della “Consolata”, definito con efficaci pennellate “uomo solido, missionario d’istinto, capace di rivelare Cristo fuori delle strutture occidentali, di suscitare un cristianesimo che penetra il cuore e la storia del mondo africano, senz’ombra di colonialismo”.

Luigi (per tutti Gino) Eandi nasce a San Sebastiano nel 1932, in una famiglia che al Signore dona veramente tutto: dal primogenito, don Fredo, sacerdote della nostra diocesi (che dopo dieci anni a Centallo e altri quattro nella parrocchia di Sant’Antonio, è pievano a Maddalene dal 1970 fino alla morte, sopraggiunta nel 1974, ad appena 44 anni), agli altri due venuti dopo, padre Gino, appunto, e la figlia Domenica (Meca), regalati entrambi alla Consolata. Nel 1935 la famiglia si trasferisce a Fossano, a due passi dalla vecchia chiesa di Sant’Antonio, ma nel 1939 muore papà Bartolomeo e sulle spalle della pur energica e forte mamma Pina resta il peso di tre frugoli da crescere ed educare. Ci riesce egregiamente, come la vita dimostrerà, accompagnando il primo all’altare il 29 giugno 1955 e il secondo il 29 giugno di due anni dopo, mentre il 12 novembre 1960 affida alla Consolata anche la figlia che le è rimasta e che consumerà in Kenya ben 40 anni della sua vita missionaria. Gino l’imprevedibile, il vulcanico, l’istintivo e il burbero, a 11 anni entra nel nostro seminario, maturando nel frattempo la vocazione missionaria ed entrando otto anni dopo alla Consolata.

L’Africa gli spalanca le porte a ottobre 1959 e nella sua valigia, insieme all’indispensabile, porta un programma pastorale, ridotto anch’esso all’essenziale, come è lui: “Per me essere missionario significa rifare l’uomo, il che equivale a farlo cristiano”, convinto com’è che “il cristianesimo deve mettere radici dentro l’uomo”. Si stabilisce in Kenya, nel Meru, diventando parroco di Egandene e, come primo passo per incarnarsi nella terra e nel popolo cui è stato mandato, per diventare cioè, come si è proposto, “uomo fatto simile a quelli con cui vive”, inizia prima di tutto ad adottarne la lingua perché, sostiene, “il missionario che non conosce la lingua locale delude il Cristo che l’ha mandato”. Gino parla in modo invidiabilmente fluente l’inglese, ma soprattutto il kimeru, dalle mille sfumature dialettali. “Quando il padre parla alle tue spalle e non lo vedi, sei convinto che sia uno del villaggio a rivolgerti la parola”, è il miglior complimento di un maestro del villaggio al missionario, sempre più convinto, e lo spiega bene ai “novellini” che arrivano in missione dopo di lui, che “torturarsi nella brama di convertire gli altri senza conoscerli né parlare come loro, è per lo meno patetico” per cui “se vuoi fare sul serio smettila di parlare in italiano”.

Un altro modo importante per essere autenticamente missionario è quello di stare in ascolto e padre Eandi “è un formidabile ascoltatore, capace di rimanere inoperoso una mezza giornata a sentire un vecchietto meru raccontargli le storie della sua tribù”. Padre Bonzanino, suo “vicino” di missione attesta che “aveva una pazienza a prova di bomba nell’ascoltare le lunghe descrizioni delle disavventure familiari, stava anche un’ora in una capanna con la vecchietta che finalmente poteva sfogarsi. Si sorbiva la storia delle seconde e delle terze mogli e del marito che preferiva il vino alla capanna”.La miglior testimonianza a questo riguardo arriva da un maestro locale, che ricorda: “Non l’ho mai visto guardare l’orologio quando gli si parlava e non l’ho mai sentito dire «torna domani»”, mentre un confratello attesta: “Era presente in modo totale alla persona con cui parlava e sentivi che la sua mente non vagava altrove”.E per un prete, ma anche per qualsiasi cristiano, questo non è davvero un particolare di poco conto.

(1 - continua)