“Evangelizzare” è “condividere una buona notizia” sulla vita quotidiana

Intervista al card. Luis Antonio Gokim Tagle, arcivescovo emerito di Manila, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli

Bookmakers e vaticanisti lo davano come uno dei possibili papabili nell'elezione al soglio pontificio del conclave scorso. Poi gli eventi, si sa, sono andati diversamente, ma il ruolo e il nome di Luis Antonio Gokim Tagle (cardinale, arcivescovo emerito di Manila, presidente di Caritas Internationalis dal 2015, filippino con origine cinese da parte materna) rimane uno tra i più importanti degli ambienti vaticani, soprattutto da quando Papa Francesco lo ha chiamato a Roma, nominandolo, l'8 dicembre scorso, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli (ex Propaganda fide). Un posto chiave per la riforma della curia romana, per cui, chi lo ricopre, viene definito “il Papa Rosso” (rosso, perché cardinale, Papa, per il grande potere ecclesiale e – anche – economico, che gestisce su scala internazionale). Ci voleva dunque una persona che Papa Francesco conoscesse bene per affidargli una tale responsabilità. Un'amicizia, la loro, che risale ancor prima del pontificato di Bergoglio. Ci voleva una persona che “sentisse” la Chiesa come la sente il Papa; “in uscita”, verso i poveri, capace di comunicare il vangelo con gioia. Ci voleva infine un uomo capace di dialogo, di ampia cultura ed esperienza internazionale, affabile, sempre sorridente, di sorprendente umiltà, e in grado di relazionarsi con qualunque persona. Caratteristiche che abbiamo constatato incontrandolo personalmente, in occasione dell'ordinazione episcopale di padre Giorgio Marengo l'8 agosto scorso, in un ritaglio di tempo che ci ha dedicato nella sua lunga giornata torinese. Un incontro per il quale lo ringraziamo e in cui ha condiviso con noi la sua visione di Chiesa e dell'attuale ruolo che in essa ricopre.

Mons. Gabriele Caccia (già Nunzio Apostolico nel suo Paese) nel salutarla durante la celebrazione di commiato dai fedeli di Manila, ha detto che lei “è un grande dono della Chiesa delle Filippine all'umanità”. Una frase molto impegnativa, come ci si sente investiti di questa responsabilità e di questa fama?
Le dico la verità? (sorridendo) Io mi sento non solo sorpreso, ma anche scandalizzato di questa cosiddetta fama! (ride) Perché considero me stesso un uomo normale, un prete semplice. Infatti, io apprezzo molto gli altri preti e vescovi, e sono meravigliato dei talenti e delle capacità che hanno. E quando confronto la mia posizione con la loro mi sento povero. Però se c'è una chiamata per essere utile e disponibile secondo le mie capacità, con il dono dello Spirito Santo, per me significa vocazione al servizio e non un riconoscimento che diventa notorietà. Quando un servizio assume una posizione per acquisire fama, ci sono tanti pericoli. Io ringrazio comunque mons. Caccia e tutti coloro che mi hanno rivolto parole di elogio, anche se mi sento chiamato ad essere attento alle tentazioni (di gloria).

Le sue parole mi fanno ricordare una sua intervista a Tv2000, in cui affermò che “la gioia è una condizione spirituale che la fede porta in noi”. C'è forse qualcosa che va cambiato, anche nella Chiesa, per poterla adeguatamente comunicare?
Il Santo Padre, Papa Francesco, tante volte ha parlato di questa tentazione, tante volte ha detto di non lasciare che la disperazione del mondo rubi la nostra gioia e la nostra speranza, perché la vita quotidiana oggi è pesante! E con la pandemia è diventata ancora più pesante! Però la fede cristiana dichiara che oltre la passione e la sofferenza (e la morte), c'è la vittoria di Gesù Cristo. Ecco allora la sfida (che per me è anche una chiamata) di viverla nella liturgia, nella proclamazione della Parola di Dio e del mistero eucaristico. Tramite i canti, i simboli e la qualità della partecipazione dell'assemblea, la vittoria la gioia e la speranza del Signore risorto diventano più reali. Questo non è tuttavia compito soltanto dei preti e dei vescovi; tutti noi dobbiamo imparare gli uni dagli altri. Per esempio, quando io mi sento giù, penso a mia mamma e mio papà. Ambedue hanno 90 anni, ma in ogni loro giorno c'è questo sforzo di vivere e di apprezzare anche solo una semplice cosa come... un frutto!

Qui in Italia però, in generale, non viviamo così. E sono anche tanti che si lamentano dell'istituzione ecclesiale o della vita quotidiana. Come poter cambiare questa realtà di cose?
Per me il compito di un parroco è quello di insegnare e proclamare che il vangelo è per tutti noi e la missione di annunciare la gioia del Signore non è solo responsabilità dei leader, ma di tutta la comunità, incoraggiandoci gli uni gli altri. Per esempio, i laici non devono essere paurosi di dire al parroco, se necessario, che la sua parrocchia ha bisogno di incoraggiamento, facendogli anche delle proposte. Perché arriva poi il momento, anche nella vita di un prete, di non avere più così tante idee da mettere in atto.

Però c'è la fatica di capire, da più parti, che l'istituzione deve scendere con quell'umiltà di cui parlava lei prima, che, nonostante il suo ruolo e la sua posizione, afferma comunque di continuare a sentirsi “un normale sacerdote”. E proprio nell'omelia per l'ordinazione episcopale di Padre Giorgio Marengo ha detto che “il vescovo è un profeta”, puntando molto sulla spiritualità di mantenere un rapporto personale con Dio. Tuttavia, in occidente non è così ricorrente che i fedeli ricorrano ai pastori per questioni di fede personale. Forse deve ancora cambiare qualcosa nella loro formazione, magari più “internazionale” (come lo è stato per lei che ha studiato teologia negli Stati Uniti, o per padre Giorgio che è diventato vescovo esercitando però il ministero fuori patria)?
Non voglio imporre agli altri la mia idea, ma parlo per la mia esperienza, che è internazionale e che mi ha aiutato, innanzitutto, a capirmi. Fuori dalle Filippine, infatti, io capisco bene me stesso come Filippino, la mia cultura di origine, e la chiesa nazionale del mio paese. E anche nei miei viaggi in missione (in Libano, Siria, America latina, Stati Uniti e qui in Europa) ho visto i doni dello Spirito Santo che sono presenti in ogni chiesa. E l'internazionalità, di cui lei mi parla, per me significa “scambio di doni” spirituali, sì proprio uno scambio di doni! Per esempio, in America latina l'esperienza della parrocchia non è così “istituzionale” ma “comunitaria”. Le famiglie di una stessa strada o di uno stesso palazzo si radunano una volta alla settimana per riflettere e pregare insieme. E per formarsi come piccole membra di un corpo che si chiama “parrocchia”. E anche i miei genitori, la casa della mia famiglia nelle Filippine, è parte di una piccola comunità, che, dopo anni di incontri insieme, è diventata una famiglia più grande. Dove quasi ogni giorno gli altri nuclei vanno a visitare i miei genitori.

Card Luis Tagle e padre Giorgio Marengo Copia
Il card. Luis Tagle e padre Giorgio Marengo (Foto Renzo Bussio - La Voce e il Tempo)

È (solo) questa la strada per l'evangelizzazione? E, nel concreto, cosa significa questa parola, e a chi dev'essere rivolta; solo ai poveri come promozione sociale o anche ai ricchi come proclamazione del vangelo (affinché le parrocchie si trasformino in comunità per tutti)?
È una buona domanda. Il mio primo suggerimento è quello di semplificare le cose. Per esempio, anche la parola “evangelizzazione”; che termine grande! (ride) Fa girare la testa! Però “evangelo” significa “buona notizia”; e ogni giorno c'è una buona notizia da dare! Quando noi vediamo una pubblicità del tipo “50% di sconto”, è una buona notizia che quasi spontaneamente si diffonde da una persona all'altra. Oppure un figlio che si è laureato all'Università è anche una buona notizia che subito diamo all'intero parentado. Dunque, “evangelizzare” vuol dire “condividere una buona notizia”, in fatto di vita quotidiana. Anche se poi il termine è diventato pian piano un po' altisonante. Ed è anche il compito degli specialisti eliminare questa paura di evangelizzazione, perché tutti devono farla, perché tutti abbiamo questa esperienza della buona notizia da condividere.
In secondo luogo, suggerisco la via di Papa Francesco; anche se l'evangelizzazione ha un aspetto di lavoro, cioè dobbiamo prepararla e prepararci per metterla in atto, però in fondo è una spiritualità. È un'esperienza dell'amore di Gesù Cristo. Senza questa esperienza che cosa condividiamo agli altri? Senza un'esperienza del Signore (non solo con l'istituzione ma con la “persona” del Signore nella mia vita, per esempio quando guardo la creazione o quando sento una voce interiore che mi parla e mi fa percepire l'amore di Gesù), quando c'è questo “incontro reale” con lui, allora scaturisce dal cuore la gioia da condividere con gli altri.

Se però nella parrocchia la gente se ne va, e non fa questo “incontro” di cui lei parla, come possono i fedeli ritornare indietro nella Chiesa?
Per questo per me è importante la formazione dei seminaristi e la formazione continua dei preti.

Che tipo di formazione, solo teologica?
La nuova “ratio” della formazione dei seminaristi e dei preti contempla una formazione integrale ed interdisciplinare: per esempio, dopo l’ordinazione presbiterale, il mio vescovo mi ha mandato come viceparroco in una parrocchia, ma simultaneamente come direttore spirituale dei seminaristi che studiavano filosofia. Però, per formarmi come direttore spirituale, sono andato a conferenze di psicologia, di spiritualità (e non solo di teologia), per capire specialmente i giovani, come pensano e guardano la realtà. Ognuno deve fare questa scelta di studiare e di allargare il proprio orizzonte. E poi c'è l'esperienza che è una maestra di vita. Come presidente della Caritas sono andato nei campi profughi in Libano, in Grecia, e questa esperienza vale più di tanti volumi. Che incontri, quelli con i poveri e i sofferenti! Un'esperienza che io poi continuo con la preghiera e lo studio.

Lei viene dall'Asia e, come disse Papa Francesco riferendosi al prossimo futuro, “la luce viene dall'Oriente”. È un continente a cui molti guardano cercandolo di capire, essendo ancora relativamente lontano dalla fede cattolica, e al tempo stesso con un'immagine che appare molto “impenetrabile” agli occidentali. Ci sono dei cambiamenti di attitudine che la Chiesa cattolica (ed il Cristianesimo in generale) devono assumere per far breccia nel cuore e nella cultura di questo continente? (Ferite del passato da rimarginare, se, come in India, il cristianesimo rimanda ancora le persone al pensiero delle colonizzazioni protestanti, per non parlare delle violenze dei portoghesi cattolici al servizio del Re, in molti arcipelaghi dell'estremo oriente, di cui lamentava Francesco Saverio nei suoi scritti).
Lei ha fatto un'osservazione molto importante; che la storia dell'evangelizzazione cristiana dell'Asia è collegata al colonialismo, un pensiero che in varie parti di questo continente purtroppo continua. Il cristianesimo è una religione considerata estranea, europea (e accompagna questa affermazione con un significativo gesto di distanziamento, ndr), anche se adesso tante cose sono già cambiate grazie al Concilio Vaticano II; con un nuovo atteggiamento in un nuovo contesto di dialogo. Che non significa che noi ci rilassiamo nella nostra identità, no, e neanche dire che tutto va bene. Dialogo significa che noi cerchiamo, con le altre religioni, dei punti comuni, esperienze comuni, e la condivisione nella stessa condizione umana, la riscoperta della nostra comune umanità. E pian piano riscopriamo così un fondamento solido, quello di essere tutti “fratelli e sorelle” tra di noi.

Viene accettato questo pensiero?
Sì! Dopo il Concilio, nel '70, l'associazione delle Conferenze Episcopali asiatiche ha infine scelto come fare evangelizzazione in Asia; e cioè proprio attraverso il “dialogo di vita”.

In questa evangelizzazione è coinvolta anche la Cina? Il dialogo è a buon punto?
Sì, sì… Certo non è facile, ma c'è. In fondo dialogare non è mai facile; neanche dentro la Chiesa. Ma c'è un dialogo che continua, con la politica, con altre anime del cattolicesimo, con le altre religioni, anche in India, Pakistan, Afghanistan e poi ancora in altri Paesi.

Papa Francesco ha avviato, a questo proposito, un cambiamento epocale nella Chiesa; un domani che se ne andrà, qual è, secondo lei, il problema ecclesiale più importante da affrontare?
Lui ha incominciato ad aprire le porte della Chiesa ad una spiritualità “di incontro” con Gesù Cristo e con gli altri. Questo incontro significa che io vado “fuori da me stesso”, quello che si dice “la Chiesa in uscita”, secondo la sua visione. Tuttavia, questo progetto non finirà mai; lui l'ha iniziato, ma dovrà continuare con altri.

Lei che conosce personalmente il Pontefice, che l'ha voluta a Roma, e con il quale avrà modo spesso di confrontarsi e incontrarsi a tu per tu, che cosa apprezza maggiormente di lui?
L'ho conosciuto nel 2005; eravamo insieme nel Sinodo dei vescovi, se non ricordo male quello sull'Eucarestia. E successivamente ambedue siamo stati eletti membri del Consiglio ordinario del Sinodo. Così per tre anni abbiamo lavorato a stretto contatto e la cosa che mi ha commosso di più di lui è che, da arcivescovo di Buenos Aires fino al papato, ha mantenuto la sua umanità, semplicità, e nessuna aria di pretenziosità del tipo “Io sono il Papa!”. È rimasto così com'era. A Buenos Aires scriveva a me, nelle Filippine; adesso quando sentiamo che il Santo Padre ha telefonato a uno o scritto ad un altro, i giornalisti si stupiscono, ma io dico, “no, ha sempre fatto così!”. E dire poi (ridendo) che io non ho risposto mai alle sue lettere mandate da Buenos Aires! Lui parla con me come sempre ha fatto negli anni passati.

PS - Ringraziamo i padri missionari della Consolata, Stefano Camerlengo (superiore generale), Pietro Trabucco e Francesco Peyron (rispettivamente superiori della Casa madre di Torino e della Casa di Fossano), per aver reso possibile la realizzazione di questa intervista.