Le verdi colline africane di padre Gino (2ª parte)

Eandi don Luigi e la Mamma
don Luigi Eandi con la mamma

A Egandene è diffusa la convinzione, nella malaugurata ipotesi del crollo della sua capanna, che padre Gino Eandi non ne rimarrebbe sepolto, perché, come attesta un confratello, “non era quasi mai a casa. La gente lo incontrava nelle capanne, nei campi, nelle botteghe, nelle fattorie di caffè e anche nel centro di raccolta dei cristiani, la chiesa, che per lui doveva essere un locale africano, una costruzione semplice dove l’africano si sentisse a casa sua”. Anche la sua casa è semplicissima come tutte le altre capanne del villaggio, come le altre ha il tetto in lamiera che il sole battente rende incandescente, portando la temperatura interna a livelli insopportabili senza tuttavia far del danno a lui, perché “era arrivato a gustare il sistema africano di sedersi in cerchio, all’ombra di una pianta, come delle distinte signore in una sala di soggiorno, a parlare del più e del meno”. Questo tenore di vita, ovviamente, presenta pure non indifferenti risvolti negativi, come quello di non sempre essere puntuale alle riunioni con il vescovo e i confratelli, oppure di farsi attendere anche un paio d’ore ad una celebrazione perché ha voluto personalmente accompagnare il malato di turno in ospedale per sincerarsi sulle sue reali condizioni di salute. I commenti non proprio benevoli dei confratelli sono però di gran lunga surclassati dal sentimento comune della sua gente, entusiasta di questo missionario bianco che fa vita comune con loro di giorno e che di sera arriva nelle capanne, specie se povere, portando un po’ di pasta o un taglio di carne, accende lui stesso il fuoco, vi si siede accanto e aspetta con loro la cottura di quel po’ di ben di Dio da mangiare insieme.

Non solo per mancanza di tempo ma soprattutto come proprio inderogabile stile missionario, padre Eandi è praticamente immune da quella che chiama la “malattia della pietra”, cioè quella specie di orgasmo edificatorio di chiese, ospedali, scuole, dispensari, case conventi, orfanotrofi; per alcuni è una carenza, che molti confratelli gli contestano, cui si contrappone però il commento perentorio e incontestabile di padre Bonzanino: “Se c’era uno che non costruiva nella diocesi di Meru questi era padre Eandi; con il suo arrivo a Egandene chi ci ha rimesso sono state le imprese edili, ma ci ha guadagnato l’azione missionaria”. La sua spiccata preferenza per la “chiesa di persone” rispetto alla “chiesa di mattoni” lo porta in primo luogo a farsi carico dei problemi della sua gente, a cominciare dalla mancanza di lavoro per i giovani: è per loro che organizza una scuola agraria autonoma, dove un gruppo di ragazzi fa vita comune, dividendosi i frutti del lavoro agricolo. Insieme ai ragazzi inizia a disboscare i 40 ettari di boscaglia concessi dal municipio di Meru e gli riesce perfino di farsi regalare un trattore che la Fiat tiene fermo, in esposizione, ad Addis Abeba mentre sui campi di Egandene funziona a meraviglia e sembra aver trovato finalmente il suo reale utilizzo, facendo risparmiare fatica e portando alle stelle l’entusiasmo dei giovani. Non dimentica neppure i tagliapietre che si spaccano le braccia nella vicina cava di pietra e portano a casa uno stipendio da fame: per loro fa installare nella vicina cava la macchina tagliapietre che si porta dietro da Fossano nell’unico rientro in patria durante i suoi undici anni di missione, riuscendo ad incrementare del 40% la loro produzione di pietra lavorata e, di conseguenza, anche le loro entrate mensili.

Con un’attività così intensa e perennemente “in uscita”, anche le tante scimmie di Egandene sanno chi è il missionario Eandi, che non ha quindi bisogno, per farsi riconoscere, né della veste bianca o del “collare romano” e neppure della crocetta all’occhiello, come vorrebbe il vescovo, che bonariamente bacchetta quel missionario allergico alle etichette, anche a quelle postconciliari, ma profondamente innamorato dell’annuncio, tanto che, malgrado gli anni già trascorsi in Africa, ancora non ha finito di ringraziare il buon Dio di averlo mandato ad Egandene. E pensare che quel missionario parla a lungo con Dio, ovviamente di sera, quando le stelle si riflettono sulle lamiere illuminate dalla luna.  I parrocchiani, ormai, hanno fatto l’abitudine alla loro chiesa, perennemente aperta anche di notte “con quella lampada a cherosene sull’altare e lui in piedi vicino al tabernacolo”. Evita accuratamente di sedersi, per non correre il rischio di addormentarsi subito, ma anche restando in piedi non è escluso che a volte gli capiti di appoggiare i gomiti all’altare e la testa al tabernacolo e di dormire. “Se vi addormentate davanti al Tabernacolo non vi preoccupate, va bene così. Gesù vi guarda", ha detto di recente papa Francesco ai preti; parole che, dicono, abbiano fatto sussultare di gioia padre Eandi dal paradiso, perché a lui già capitava di fare così, più di 50 anni fa.

(2 - continua)