Le verdi colline africane di padre Gino (3ª parte)

Eandi don Luigi in Africa

Impulsivo e polemico, solitario e imprevedibile, padre Gino Eandi è anche e soprattutto profetico: nel suo sentimento ecclesiologico, nella sua concezione missionaria, nella sua impostazione pastorale. Il suo è un precorrere i tempi, perché gli anni del post concilio che gli son concessi da vivere son davvero troppo pochi per consentirgli di appropriarsi delle nuove teorie e metodologie della missione, se già non le avesse avute prima in cuore. Si è impegnato, già lo abbiamo accennato, a vivere, pensare e parlare all’africana, perché profondamente convinto che non può incidere nella cristianizzazione chi vive con un piede in Africa e uno a casa, con l’ansia del giorno del rientro o in spasmodica attesa di una lettera dai familiari. Dall’Italia si porta in Africa anche la convinzione che “una chiesa che non nasce missionaria nasce male, e una chiesa vecchia che non è missionaria è spodestata”. Proprio per aver visto troppa fede stagnante nel continente da cui proviene, arriva a contestare anche l’obolo per le missioni se questo non prelude ad un’autentica missionarietà, convinto com’è che “per aprire gli occhi ai cristiani dalla fede stracca non basta la giornata missionaria, che finisce per essere il narcotico della vocazione missionaria di ogni battezzato”.  Per questo lavora con il sogno che un giorno i suoi cristiani possano andare in missione, dicendo a chiare lettere che “fin che non si mandano preti e laici africani a fare i missionari in altri Paesi siamo sempre all’abc della Chiesa”. Perché, si chiede, i missionari bianchi che sono stati espulsi in alcuni paesi africani non possono essere sostituiti con missionari neri? Il tema, certamente non nuovo e già teorizzato nel secolo a lui precedente da san Daniele Comboni, di “evangelizzare l’Africa con l’Africa”, si tinge adesso con il colore della speranza, verde come la collina su cui sorge la sua missione ed egli lo esprime “alla don Eandi” attraverso la colorita espressione: “Far dei cristiani dilettanti, non capaci di prestazioni missionarie, è una balordaggine”.

Perché tutto ciò un giorno possa avverarsi, padre Gino si porta avanti, arrivando addirittura ad ipotizzare una nuova fisionomia del catechista, da sempre personaggio-chiave dell’opera di evangelizzazione missionaria, regolarmente retribuito anche perché impegnato in questo ruolo praticamente a tempo pieno. “Quello che ci vuole è un gruppo di volontari che per vocazione siano disposti ad insegnare agli altri con la vita e con le parole come si fa a diventare cristiani”, dice senza mezzi termini, scandalizzando qualcuno ed entusiasmando altri. Da parte sua mette in piedi piccoli gruppi di volenterosi che si offrono per una-due ore al giorno a insegnare il catechismo a piccoli gruppi di catecumeni e, a quell’epoca e in quel contesto, è già una mezza rivoluzione, i cui effetti positivi non tardano a vedersi perché a poco a poco inizia a circolare l’idea che si può essere catechisti per vocazione e non solo per salario. È nemico giurato delle conversioni di massa, dei battesimi a raffica, delle “verniciature di cristianesimo” sulle ancestrali tradizioni pagane che invariabilmente finiscono per riemergere, condividendo la diffidenza che di recente papa Francesco ha espresso verso i “cristiani verniciati” o, se si preferisce, verso i moderni “pagani con due pennellate di vernice cristiana”. Ogni battesimo impartito, per non essere soltanto un nominativo in più inserito nel registro parrocchiale, equivale ad un nuovo figlio di cui farsi carico e di cui accompagnare la crescita; per questo non riesce a digerire l’idea dei 400 catecumeni battezzati insieme in una missione vicina (“è come avere in un colpo solo 400 neonati di cui prenderti cura, come farai?”, dice al confratello), perché, secondo le sue colorite similitudini che gli alienano più di una simpatia, “se questi cristiani non portano la Chiesa dentro se stessi e storpiano il cristianesimo, non sono cristiani ma scimmie spelacchiate”.

Padre Bonzanino afferma, senza tema di smentite, che “quando un missionario ama ed è amato come padre Eandi, può morire in qualsiasi momento senza rimorsi ed in qualunque modo. Anche con un tuffo dall’alto dentro uno stagno d’acqua sporca”. Perché la vita di padre Gino termina così, il 29 gennaio 1970, a 38 anni neppur compiuti, con quella che potrebbe sembrare una ragazzata o una fatalità, mentre invece altro non è che il gesto, forse imprudente, ma in perfetta sintonia con il carattere di un missionario d’istinto, magari impulsivo e un po’ impaziente, che non si ferma però davanti a nessuna difficoltà. Il fiume ha la meglio su di lui e se lo porta lontano, permettendone il recupero solo parecchi chilometri dopo, mentre la sorella suor Lia, appena arrivata in Africa, e che si sta ambientando al Kenya proprio nella missione di Egandene, si domanda come mai il fratello tardi così tanto a tornare. In tempi non sospetti Gino aveva detto, se gli fosse capitato di morire in Africa, di voler lì essere sepolto, indicando anche un lembo di terra vicino alla chiesa e su cui aveva già piantato un rosaio. Di questa sua volontà testamentale non scritta si fanno garanti i parrocchiani di Egandene, tenendo testa anche al vescovo e ai confratelli della Consolata che già avrebbero deciso di dargli sepoltura nella missione centrale, insieme agli altri Padri. Perché un missionario così “speciale” deve riposare “all’africana”, tra casa e chiesa: per poter continuare a cercarlo e per parlare con lui, come han sempre fatto. 

Per chi riesce ancora a reperirlo (magari in biblioteca), consigliamo la lettura di Giovanni Bonzanino – “Queste mie verdi colline” – Ed. EMI, 1977

(3 - fine)