Con don Stefano, dove osano le aquile (1ª parte)

don Stefano Gerbaudo

Conosci la storia dell’aquila che si credeva un pollo? Un uovo d’aquila, messo nel nido di una chioccia, si schiuse contemporaneamente a quelli della covata e l’aquilotto crebbe insieme ai pulcini. Per tutta la vita l’aquilotto fece quel che facevano i polli nel cortile, pensando di essere uno di loro. Frugava il terreno in cerca di vermi e insetti, chiocciava e schiamazzava, scuoteva le ali alzandosi da terra di qualche decimetro. Un giorno vide sopra di sé, nel cielo sgombro di nubi, uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante, in mezzo alle forti correnti d’aria, muovendo appena le robuste ali dorate. “Chi è quello?”, domandò stupita. “È l’aquila, il re degli uccelli”, rispose un pollo, suo vicino. “Appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli”. E così l’aquila visse e morì come un pollo, perché pensava di essere tale.

Non la pensa così don Stefano Gerbaudo, un prete nato a Centallo, in provincia di Cuneo, e morto a Fossano, ad appena 41 anni. “I giovani sanno volare, basta ricordare loro che hanno le ali”: è la sua ferma convinzione. Ne è così convinto, da dedicare tutta la sua breve vita ad insegnare ai giovani a volare, utilizzando le proprie ali. Perché tutti i giovani hanno le ali: se lo devono soltanto ricordare spesso. Anche a lui, un giorno, qualcuno ha ricordato che aveva le ali e, quindi, poteva volare. Se non avesse imparato a volare in alto, oggi non saremmo qui a parlare di lui e, soprattutto, tanti giovani non avrebbero imparato da lui a volare. Per lui tutto comincia il giorno in cui la sua catechista di Mellea, una donna semplice ma piena di fede, chiede se, tra i ragazzi del suo gruppo, qualcuno vorrebbe diventare prete. Stefano ha quasi 14 anni, da tanto tempo non va più a scuola, anzi non ha nemmeno finito la quarta elementare, perché suo papà lo ha mandato a lavorare a Mellea come garzone di campagna. È grazie a lei che entra in seminario nel mese di ottobre 1923, a 14 anni compiuti, dopo almeno quattro anni che non prende in mano un libro e non tocca un quaderno. “Quanto ero disorientato e quanto dovetti lottare! Da tempo avevo abbandonato i libri di scuola e non ricordavo più nulla, non sapevo più distinguere le lettere maiuscole dalle minuscole…”. L’handicap di Stefano è abbastanza evidente, anzi è tale da impedire a chiunque di volare, ma non a lui, che ha un segreto racchiuso in tre parole: “Ad ogni costo”. Troviamo queste tre parole nei suoi scritti, nei suoi appunti, nelle sue lettere. “Migliorare ad ogni costo”, “studiare ad ogni costo”, “imparare ad ogni costo”, “diventare prete ad ogni costo”. Un giorno arriverà anche a dire “voglio farmi santo ad ogni costo”. Ci riuscirà, perché ha imparato a fare tutte le cose ad ogni costo.

Non bisogna però pensare che sia diventato buono in un colpo solo, senza sbagliare più. Diceva a se stesso e insegnava agli altri: “Bisogna migliorare a poco a poco, nessun giorno senza una linea”, cioè nessun giorno senza fare qualcosa di buono, qualcosa di meglio del giorno precedente. Hanno chiamato spiritualità dei piccoli passi lo sforzo di ogni giorno che don Stefano faceva ed insegnava a fare per diventare migliore. “Bisogna vivere da santi almeno un quarto d’ora della giornata, per giungere alla giornata santa ogni settimana e quindi alla vita santa”: forse è un allenamento quotidiano che possiamo fare tutti…

(1 - continua)