I predatori

I predatori

di Pietro Castellitto, con Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Pietro Castellitto, Giorgio Montanini, Dario Cassini, Anita Caprioli.

La sequenza d’apertura è forse tra le cose più interessanti del film, una strada di campagna, alcune pale eoliche sullo sfondo e il rumore dello sfrecciare di automobili, ma le automobili non si vedono. Una sequenza che spiazza lo spettatore per quello che probabilmente è il principale obiettivo del regista, spiazzare, provocare, graffiare l’animo dello spettatore.
Opera prima del trentenne, figlio d’arte, Pietro Castellitto, il film è stato presentato alla 77esima Mostra del cinema di Venezia dove ha vinto il premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, ed è il racconto alternato ed intrecciato di due famiglie di estrazione sociale assai diversa che il destino fa in qualche modo incontrare nel gran caos di una città come Roma.
La prima, la famiglia Pavone, è alto borghese con casa sontuosa in centro e servitù filippina. Pierpaolo è uno stimato medico, Ludovica una famosa e isterica regista, il figlio Federico è un laureando in filosofia bullizzato da un odioso, vecchio barone universitario che fa di tutto per rendergli la vita difficile. Tutti e tre sono a loro modo, incredibilmente antipatici e in difficoltà con il mondo. Anche l’altra famiglia, i coatti Vismara - tra l’altro il cognome è più lombardo che laziale… - non se la passa gran che bene, Claudio Vismara gestisce un’armeria a Ostia ma traffica anche sottobanco e vende armi illegali, tiranneggiato da uno zio delinquente che lo tratta a pesci in faccia. Le due famiglie sono a dir poco disfunzionali, e nonostante il diverso ambiente culturale ed economico entrambe traboccano di infelicità. Il film, con toni da commedia agrodolce, traccia un ritratto al vetriolo della famiglia e della società italiana e per certi versi ricorda America Oggi di Robert Altman, senza purtroppo averne né la forza né il ritmo, ed infatti è proprio il ritmo il punto dolente di un film che vive di sprazzi e situazioni - la truffa dell’orologio, il fratello di Claudio Vismara che rompe il finestrino dell’automobile, la poesia della cugina di Federico alla festa di compleanno - ma che nel complesso si smarrisce in mille rivoli di racconto senza trovare la necessaria tensione narrativa e regalandoci, fatalmente, più di uno sbadiglio.