Dalla Russia un bacio che si schiude nell’eternità (2ª parte)

La Tomba del Sottotenente Lamberto nel cimitero di Gorlowka (Ucraina)

Non c’è dubbio che trovar lavoro sia più facile a dirsi che a farsi, e, in questo, Mario Lamberto non è certamente aiutato dalla maturità ginnasiale, che non si presta a molti sbocchi lavorativi. Intraprende allora la carriera militare, facendosi subito notare per scrupolo, serietà e impegno che gli permettono di avanzare nella scala gerarchica fino a frequentare con profitto la Scuola Sottufficiali di Modena, da cui esce nel 1940 con il grado di Sottotenente. Non perde per strada nessuna delle doti umane che fino ad allora chi gli è vicino ha potuto ammirare in lui: fa tenerezza, ad esempio, scorrendo le lettere scritte a casa, leggere tra le righe tutto l’affetto che lo lega ai suoi Fanti, quasi equiparandoli ai membri della sua famiglia e raccomandandoli alle preghiere dei suoi cari, proprio come se si trattasse di figli suoi. Anche per Mario arriva il momento in cui il cuore comincia a battere forte forte per una donna, fatta della sua stessa pasta, risoluta e dolce, tenera e forte. Così l’amore sboccia nel cuore di questo militare tutto d’un pezzo e sensibilissimo, cominciando a battere all’unisono con quello della saviglianese Nina Scotta, conosciuta in casa di amici comuni. Coronano il loro sogno d’amore il 26 giugno 1939, si trasferiscono a Torino vicino alla caserma in cui lui sta lavorando e neanche dieci mesi dopo, il 14 aprile, nasce la loro figlia, Maria Antonietta come la nonna paterna. Una famiglia come tante, insomma, che cerca di non lasciarsi sopraffare dalla violenza e dalla guerra, in mezzo alla quale prova a scrivere pagine di vita e di amore autentico come solo due giovani davvero innamorati sanno fare.

Tutto questo fino all’agosto 1941, quando anche Mario, appartenente al 79° Reggimento Fanteria Roma Divisione Pasubio, è destinato al fronte russo e inquadrato nello C.S.I.R. (il corpo di spedizione italiano in Russia), che prima di raggiungere la zona di guerra fa tappa a Verona. Di qui, il 20 settembre, “nella previsione della mia morte senza poterti rivedere”, indirizza alla moglie le sue ultime volontà, affidandole a mani sicure, in busta chiusa, “da aprirsi solo dopo il mio decesso”. Che in quel momento appare solo come un’eventualità, in cui possono incorrere tutti, specialmente se impegnati in combattimento e nelle condizioni climatiche che devono affrontare i nostri ragazzi, mandati allo sbaraglio in terra di Russia, ma che un paio di mesi dopo si trasforma in tragica realtà. Arrivato con i suoi fanti in Ucraina, Mario il 5 dicembre è ferito mortalmente nel conflitto a fuoco di Gorlowka e sepolto nel cimitero militare di quella città. Dicono che a quanti gli avevano consigliato maggior prudenza chiedendogli di non esporsi in prima linea avesse risposto che non se la sentiva di mandare allo sbaraglio i “suoi” uomini, magari ancor più giovani di lui e già padri di famiglia: generoso come sempre, dimentico di sé e paternamente premuroso verso gli altri.

La prima ad accorgersi che qualcosa non funziona è proprio la moglie Nina, che su richiesta di Mario ha lasciato l’alloggio di Torino e si è trasferita a Savigliano presso la sua famiglia: le suona infatti come triste presagio non ricevere più posta dal fronte, abituata com’è alle lettere quotidiane del marito cui lei ha sempre risposto con identica frequenza. Il “mortorio” invece tarda ad arrivare e il suo recapito è complicato dal doppio nome (per l’anagrafe Giovanni, ma per tutti semplicemente Mario) e dai suoi frequenti spostamenti: da Cherasco dov’è nato, a Centallo dov’è cresciuto, a Torino dov’è vissuto e infine a Savigliano, dove la moglie è tornata a vivere con la piccola. Soltanto allora si apre la famosa lettera scritta da Verona a settembre, nella quale il suo Mario le riafferma di “averti amata quanto è possibile ad un cuore umano”. Un brivido corre per la schiena, anche 80 anni dopo, nello scoprire che “sono morto contento perché dalla vita ho avuto quanto ho desiderato: l’amore tuo. Il tuo amore mi ha così riempito la vita in questi ultimi anni che mi pare di aver vissuto un secolo”. Le raccomanda di “aver sempre fiducia nel Signore, di seguire in tutto e per tutto l’esempio di tua madre, di essere forte e coraggiosa per Maria Antonietta”, alla quale pure indirizza parole di delicato e previdente papà, promettendo ad entrambe: “Vi assisterò sempre”.

Insieme ad alcune disposizioni sui suoi ricordi personali da lasciare ai famigliari, le sue ultime precise volontà alla moglie: “che tu non faccia nessuna spesa per me, all’infuori di far celebrare messe. Puoi vestire a lutto solamente perché, se così non facessi, le solite male lingue prenderebbero lo spunto per dubitare del tuo amore verso di me. Non ricordini, non partecipazioni, non provvedere al mio trasposto a Savigliano: tutte spese che all’anima mia non gioverebbero affatto”, con un’ultima raccomandazione che Nina faticherà a rispettare perché il suo sarà un lutto mai completamente elaborato: “Da te non ho chiesto nella vita che un sorriso, desidererei che sorridessi ogni qualvolta pensi a me”. Per quasi 60 anni Mario riposa in quel lontano cimitero ucraino, cioè fino allo smantellamento, e i suoi resti vengono da Onorcaduti rimpatriati a Redipuglia nel 1999. Di qui vengono traslati a Savigliano, nel cui cimitero l’urna viene tumulata il 5 novembre. Alcuni anni dopo Nina andrà a riposare per sempre accanto al suo uomo, che prima di partire per la Russia le aveva “lasciato un bacio che si schiude per l’eternità”.

(2 – fine)