Il levaldigese “grandissimo nella carità” (2ª parte)

Francesco Ferreri

Al suo rientro in Italia, all’inizio del 1800, tutto lascia prevedere che, già vicino alla sessantina, l’esperienza missionaria sia da considerarsi per lui ormai conclusa. Tra la sorpresa generale e in primo luogo del diretto interessato, la Santa Sede nel 1805 chiede a Francesco Ferreri di tornare in Bulgaria, sempre nella diocesi di Nicopoli, ma questa volta in veste di Vescovo. A favore della sua inaspettata elezione certamente hanno giocato la sua conoscenza del territorio, la padronanza della lingua, ma soprattutto le sue doti umane e spirituali che lo hanno reso missionario amatissimo, zelante, povero e completamente dedito alle popolazioni che ha servito. La consacrazione episcopale avviene il 22 settembre 1805 nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo e il nuovo vescovo si prepara in fretta per tornare in quella terra, dalla quale in effetti il suo cuore non si è mai staccato. Vi fa il suo ingresso il successivo 20 gennaio, accolto con gioia indescrivibile da quanti lo avevano apprezzato come missionario generoso e ne avevano pianto la partenza. È il primo vescovo passionista della Bulgaria, capostipite degli altri dieci che gli succederanno. Porta con sé un nuovo stile pastorale, vicino alla gente, con uno stile di vita sobrio ed essenziale. Per la verità, tutto è “betlemmiano” e minuscolo nel suo episcopato, a cominciare dal gregge di cui deve prendersi cura: poco meno di duemila cattolici (1920 per la precisione), suddivisi in 324 famiglie, sparse però su un territorio vastissimo e abitanti in villaggi anche molto distanti tra loro. Anche il presbiterio è minimo, composto da appena quattro sacerdoti; per questo monsignor Ferreri si adatta volentieri a fare il “quinto” parroco, un ruolo a lui congeniale, dato che soddisfa la sua ansia pastorale e missionaria.

Per prima cosa riporta la sede vescovile a Belene, a differenza del suo predecessore che l’aveva trasferita prima a Ruse e poi addirittura a Bucarest. La sua è una scelta strategica, che tiene conto del fatto che il 90 per cento dei suoi cattolici risiede a Belene o nel raggio di quaranta chilometri all’intorno. Gli altri li va a trovare ad uno ad uno, nella visita pastorale che compie lo stesso anno del suo ingresso, spostandosi a piedi, o al più a dorso di mulo, da una località all’altra a cercar famiglie cattoliche disseminate qua e là, che spesso mai hanno incontrato un vescovo come dimostra l’assai limitato numero dei cresimati, che non hanno luoghi pubblici di culto per la massiccia e opprimente presenza musulmana e che spesso le persecuzioni spingono in Valacchia. Anche queste, tuttavia, ricevono la visita di monsignor Ferreri, dato che è pure Amministratore Apostolico di questa regione. Rientrato a Belene, lo strano vescovo senza cattedrale, senza vescovado, senza segretari e con pochissimi parroci, va ad abitare nel tugurio interrato destinato al missionario di turno, le cui veci svolge con generosità e dedizione, con uno stile di prossimità o, se vogliamo, “in uscita” come si direbbe oggi, vicino alle necessità della sua gente con la quale divide volentieri il poco che ha. Gli riconoscono una straordinaria capacità di entrare in sintonia con tutti, certamente aiutato dalla sua propensione per le lingue: oltre ad esprimersi perfettamente in bulgaro, riesce infatti a districarsi piuttosto bene in turco e in greco, il che gli permette di stabilire buone relazioni con tutti anche in ambito civile e non sono rari i casi di mediazione che gli vengono richiesti.

La peste comincia a serpeggiare in Bucarest verso la fine del 1812 e in pochi mesi in questa sola città arriva a determinare la morte di 40 mila persone. Uno dei passionisti chiede di tornare in Italia ma è subito rimpiazzato da un sacerdote locale fresco di ordinazione, che insieme ai tre missionari superstiti inizia a spendersi senza risparmio nell’assistenza dei malati, nella cura religiosa dei moribondi, nella sepoltura dei morti, che per paura di contagio rischierebbero di restare insepolti. Nell’arco del 1813 intere famiglie si estinguono completamente e l’epidemia si estende a macchia d’olio, anche per colpa del “barbaro sistema del governo musulmano di non adottare misure sanitarie onde impedire la comunicazione del contagio tra le province e le città”. Pressioni di ogni tipo cominciano ad essere esercitate su monsignor Ferreri, perché si risparmi ed eviti il contagio. Respinge in modo categorico l’ipotesi di un rientro in Italia e continua imperterrito a prestar soccorso materiale e spirituale ad ammalati e moribondi al punto che, a nostro modesto avviso, rientrerebbe a pieno titolo tra quanti possono essere proposti per la beatificazione per l’offerta della vita, così come papa Francesco ha indicato nel suo Motu proprio “Maiorem hac dilectionem”.

Mentre la peste fa cadere come birilli anche i missionari, il vescovo si divide tra Bucarest e il villaggio di Cioplea, andando là dove più urgente è il bisogno di sacerdoti, anche se la situazione è tragica ovunque. Ed è così che si precipita a Cioplea non appena lo avvisano che anche l’unico sacerdote del luogo è stato colpito dal morbo. Giunto il 3 novembre, subito lo indirizzano a portare gli ultimi sacramenti a due appestati e qui si presume avvenga il contagio, di cui verso sera già avverte i primi indiscutibili sintomi. Nella notte ore di delirio si alternano ad altre di assoluta lucidità, in cui prende piena coscienza della sua gravità, chiedendo e ricevendo i sacramenti dal missionario pure febbricitante. La sera del 4 novembre il vescovo chiede un messale da usare come guanciale, vi appoggia la testa in segno della sua fedeltà al Vangelo di Gesù e alla Chiesa e in questa posizione muore serenamente alcune ore dopo. Verrà sepolto nella chiesa di Cioplea che era riuscito a far realizzare appena tre anni prima, e malgrado il tempo trascorso sembra proprio che la Chiesa bulgara non abbia dimenticato il vescovo levaldigese martire della carità sacerdotale.

(2 – fine)